Roma, 14 ago – Il 16 agosto 1977, nella sua reggia di Memphis, moriva Elvis Presley, il Re del rock’n’roll. Proprio nei giorni del trentennale della sua dipartita, tuttavia, l’interessato non ha ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali. Già perché Elvis sarebbe vivo. Un complotto governativo (o forse, chissà, un’oscura trama extraterrestre) avrebbe ovviamente architettato la versione del decesso per aritmia cardiaca causata da eccessi di ogni tipo, ma la verità è ormai venuta a galla. Quale verità? Una delle tante. L’ultima versione “alternativa” circa la non-morte della rockstar risale proprio a questi giorni ed è rilanciata dalla versione latinoamericana della rivista Rolling Stone: il Re vivrebbe sotto falso nome in Argentina. A Buenos Aires sono addirittura comparsi annunci nelle strade, attaccati ai pali della luce, con tanto di foto segnaletica del cantante con capelli bianchi e rughe da settantaduenne. Negli annunci in questione è segnalato un apposito blog (elvisenargentina.blogspot.com) a cui inviare informazioni sul caso. Nel sito sono riportate varie “testimonianze” tese ad avvalorare la tesi secondo cui Elvis vivrebbe sulle rive del Rio della Plata con il nome di John Burrows, protetto dall’Fbi. Il governo degli Stati Uniti avrebbe così garantito protezione e anonimato a un suo valido informatore ai tempi dell’amministrazione Nixon. Quella rilanciata da Rolling Stones, del resto, è solo l’ultima versione di una leggenda metropolitana inossidabile, fondata su “prove” di tutto rispetto, come il fatto che sulla tomba del cantante il secondo nome Aaron è scritto con due “a”, mentre i certificati di morte e nascita citano”Aron”. Quasi una “pistola fumante”, non c’è che dire. La cosa ha peraltro attratto l’attenzione di eminenti studiosi come Gail Brewer-Giorgio, che nel 1987 scrisse un libro sull’argomento, Is Elvis Alive? (“Elvis è vivo?”), invitando i lettori che volevano saperne di più a chiamare un determinato numero di telefono. A pagamento. Ma si sa, la ricerca ha bisogno di finanziamenti. Un altra versione, poi, è quella riportata nel film “Men in black”, in cui la risposta di Agente K/Tommy Lee Jones alla domanda di Agente J/Will Smith circa la sorte della rockstar apre nuovi fronti d’indagine:”No, Elvis non è morto. È solo tornato sul suo pianeta”. In Italia, invece, sono stati gli Elio e le storie tese, in un brano significativamente intitolato “Li mortacci”, ad avvalorare la tesi secondo cui i più grandi cantanti defunti del Novecento sarebbero in realtà residenti in incognito nella capitale. Fra questi non può mancare The King, come spiega il testo della canzone in un improbabile romanesco: “A Centocelle troneggia er Pelvicaro /che bappaluba e magna tutti li frutti”. Va detto, del resto, che se veramente fosse ancora vivo, Elvis non soffrirebbe certo di solitudine nel suo status di “finto morto”. Sono molti, infatti, i miti del rock sulla cui dipartita si avanzano dubbi più o meno fantasiosi. Uno dei tentativi apparentemente meno parodistici di avvalorare una tesi simile è senz’altro quella di Jacques Rochard, scrittore francese che nel