Roma, 7 feb – Francesco “Franky boy” Calì, Joe Gambino,
Frank Fappiano, Jackie D’Amico: nomi che sembrano appena usciti dalla
sceneggiatura di un film di Martin Scorsese, ma che invece si trovano negli
atti dell’operazione “Old bridge”, inchiesta congiunta delle autorità di
polizia italiane e statunitensi tesa a sgominare i rinnovati rapporti tra le
“famiglie” delle due sponde dell’Atlantico. Un’indagine che, con i 19 fermi
eseguiti a Palermo e i 60 arresti operati a New York, mostra quanto sia imponente
il potere della mafia italoamericana che pure, nell’immaginario collettivo,
sembrava ormai relegata in un universo di pura celluloide. Già perché se le
cronache sembravano essersi dimenticate dei “wiseguys” della Cosa nostra
statunitense, Hollywood non ha mai smesso, in questi anni, di portare sullo
schermo storie di mafia e di “bravi ragazzi”, per dirla con Scorsese. Un filone
sempreverde il cui capostipite è sicuramente “Il Padrino” (1972) di Francis
Ford Coppola. Film che inizia significativamente con la frase: “Io credo
nell’America. L’America fece la mia fortuna”, quasi a voler sottolineare come
la carriera da “padrino”, in fondo, non sia altro che una particolare e
degenerata modalità del mito del “self made man”. La pellicola vinse tre premi
Oscar e stabilì per sempre i canoni estetici di tutto un genere, generando
anche due sequel. La trilogia narra le vicende dei Corleone e del passaggio di
consegne da Don Vito (Marlon Brando) a Michael (Al Pacino) sul trono della
potente famiglia. Altra pietra miliare del filone in questione è “The
Goodfellas”, di Martin Scorsese, uscito in Italia come “Quei bravi ragazzi”. La
pellicola descrive l’apprendistato, l’ascesa e la caduta di Henry Hill, ragazzo
di origini italo-irlandesi che fin dall’adolescenza dimostra di avere le idee
chiare sul suo futuro: “Che io mi ricordi – dice il protagonista – ho sempre
voluto fare il gangster. Per me fare il gangster è sempre stato meglio che fare
il presidente degli Stati Uniti”. Scorsese tornerà a frequentare le medesime ambientazioni
in “Casinò” (1995), pellicola che il dizionario del cinema Morandini definisce
“sotto il segno della dismisura: di durata, violenza, nostalgia, ossessioni,
nevrosi, formalismi”. Protagonista, qui come già in “Quei bravi ragazzi”, è
Robert De Niro, che dopo aver interpretato Al Capone in persona ne “Gli
intoccabili” (1987) di De Palma, passerà egli stesso dietro la macchina da
presa con “Bronx” (1993), descrivendo i dilemmi di un ragazzino italoamericano,
indeciso se seguire l’esempio del padre o del boss di quartiere. Un altro
gigante della recitazione come Al Pacino è invece tornato a vestire i panni del
boss in “Donnie Brasco” (1997), dove l’interprete di “Scarface” si troverà a
dover fare i conti con un Johnny Deep in versione infiltrato speciale. Un mondo
di delinquenza e sangue, ma anche di tic, manie, folclore e stereotipi che, a
quanto pare, resiste ben saldo anche al di fuori della sale cinematografiche.
(Asc)