Roma, 12 giu – In Italia ogni 6 nuovi assunti stranieri 1 è romeno: secondo stime di “Avvenire”, alla base del dossier di Caritas/Migrantes, i romeni garantiscono l’1,2% del PIL italiano. Nonostante l’alto livello di preparazione, essi trovano sbocco nei posti meno garantiti e, perciò, sottoscrivono in media 1,5 contratti l’anno. L’inserimento avviene per un terzo nell’industria (notoriamente in edilizia), per la metà nel terziario (assistenza familiare, alberghi e ristoranti, informatica e servizi alle imprese) e per il 6,6% in agricoltura. La retribuzione loro corrisposta è leggermente inferiore a quella media percepita dalla totalità degli immigrati (10.042 euro nel 2004, secondo l’INPS): le donne percepiscono il 40% in meno rispetto agli uomini. Un buon numero di donne romene (più di 1 ogni 4) lavora nel settore dell’assistenza alle famiglie ed è tutt’altro che scontato che i loro rapporti di lavoro siano del tutto emersi dopo l’ampliamento dell’UE. È vero, tuttavia, che le donne romene, in misura ben più consistente rispetto a quelle filippine o di alcune collettività latino-americane, sono inserite anche in diversi altri settori (come quello infermieristico, ad esempio). Quanto al loro rapporto con il sistema previdenziale, bisogna riconoscere che i romeni sono al momento marginali fruitori non solo delle prestazioni pensionistiche ma anche delle prestazioni temporanee erogate dall’Inps. Invece, per quanto riguarda le prestazioni assistenziali, un certo numero di accertamenti ha motivato il sospetto che parte dei lavoratori neocomunitari (essi stessi o i loro familiari), complice la vicinanza dei paesi di origine, possono incorrere in un indebito “turismo sociale” e fruire delle prestazioni assistenziali (assegno sociale) sulla base di una residenza formalmente dichiarata ma non effettiva.
(Sis)