Roma, 21 set – Autenticità,
verità. Come in un diario, come in una confessione. È questo il sentimento che
pervade “Under the radar” il nuovo disco di Daniel Powter, in uscita in questi
giorni in Europa e negli Stati Uniti a inizio 2009. Il cantante canadese torna
sulla scena musicale dopo una lunga assenza che in molti, però, non hanno
avvertito, con quella “Bad Day”, successo interplanetario del 2005, ancora in
testa. Powter, però, dice di non voler rimanere legato a quella canzone “che
ormai non sento più mia, non ne ho più la proprietà”, per questo ha “messo in
gioco tutto” e si è preso il tempo giusto per tornare. E lo fa in grande stile,
con un album pieno di canzoni solari che affrontano, però, temi importanti
ripercorrendo la vita di Powter. “L’album si apre con la mia canzone preferita
– racconta il cantautore, riferendosi a “Best of me” (il meglio di me) – la
prima a cui ho lavorato, in cui dico subito di non essere perfetto, di aver
fatto tanti sbagli, ma di essere riuscito a tirarmi fuori anche dal periodo in
cui ero dipendente dalla droga”. Schiavo della cocaina per otto anni, Powter è
riuscito a liberarsi e a tornare pulito. Proprio questa, dice, è la sua
migliore qualità, il suo “best of me” è proprio “il coraggio di non arrendersi,
di continuare, di chiedere scusa e di essere umano, ammettendo di essere
imperfetto”. Nel disco oltre al pianoforte, strumento che Powter suona fin da
bambino, ci sono tante chitarre e anche musica elettronica, cosa che ha stupito
il cantautore, ma non Linda Perry, chitarrista, autrice di canzoni, produttrice
e artefice dei cambiamenti artistici di Gwen Stefani e Christina Aguilera, a
cui anche Powter deve molto. “Lei è una donna forte ed energica, mi ha chiesto
tantissimo, mi ha svuotato, abbiamo lavorato anche 12 ore al giorno, abbiamo
pianto e abbiamo riso insieme. Soprattutto mi ha chiesto di essere vero, di
essere me stesso”. Compito in cui Powter è riuscito benissimo, con canzoni come
“Am I still the one?”, in cui la lotta contro la droga diventa la ricerca della
speranza, in un duetto con la stessa Perry. “È un album in cui ho rischiato
molto, non volevo fare delle normali canzoni pop, volevo entrare in contatto
con le persone, per questo è stato necessario aprirsi e ho aspettato tanto dal
successo di Bad Day”. Tra le canzoni Powter ama citare “Whole world around”, in
cui la musica diventa un sentimento di unità tra i popoli che nonostante le
differenze hanno in comune la ricerca dell’amore e di un’eredità da lasciare al
mondo. C’è poi il tema del viaggio: “Not coming back”, in cui la paura è quella
di non tornare indietro. “L’ho scritta pensando di guidare la mia auto, tutto
il disco in realtà è bello da ascoltare guidando, è un compagno che pretende di
essere ascoltata con attenzione”. Il viaggio, ma qui si tratta di un ritorno, è
protagonista anche del primo singolo, “Next plane home” (il prossimo aereo per
casa), in cui Powter vuole tornare a casa dove ha lasciato una persona
importante. E adesso che è in Italia vuole tornare in Canada? “No, stai
scherzando? – risponde ridendo – Non lascerei mai questo posto, amo l’Italia,
qui la gente vive meglio, è una vera gioia essere qui. Ho tanti bei ricordi di viaggi
precedenti – conclude Powter – non vedo l’ora di tornare in primavera per
riempire l’Italia di musica con i miei concerti”.
(Amf)