Roma, 11 gen – Nel fiume con Marinella, a Sant’Ilario con Bocca di Rosa, da via del Campo alla collina di Spoon River. La musica di Fabrizio De André ha portato la fantasia di generazioni a spostarsi nel suo mondo tanto reale da sembrare fantastico, dove l’amore è quello della porta accanto, e sacro e profano sono una cosa sola. Oggi, a dieci anni esatti dalla morte, dal giorno in cui siamo stati privati della sua passione e della sua rabbia, l’Italia intera celebra Faber, come lo chiamavano gli amici, Paolo Villaggio in testa, con mostre, spettacoli, concerti, speciali in televisione e alla radio. “De André non è stato mai di moda. E infatti la moda, effimera per definizione, passa. Le canzoni di Fabrizio restano”. Parole di Nicola Piovani, che con il cantante nel 1971 per l’album “Non al denaro, non all’amore né al cielo” compose le musiche dell’adattamento di alcune poesie dell’Antologia di Spoon River, l’immensa e splendida opera poetica di Edgar Lee Masters. De André in vita suscitava scandalo negli ambienti più raffinati e snob per le sue canzoni su prostitute, poliziotti, ladri, emarginati e ribelli, o con pensieri pungenti, come quando disse: “Se nelle regioni meridionali non ci fosse la criminalità organizzata, come Mafia, ‘Ndrangheta e Camorra, probabilmente la disoccupazione sarebbe molto più alta”. Dopo la sua morte, però, tutti lo definirono “grande Poeta”, cominciando a osannarlo forse più di quanto lui stesso avrebbe voluto. Fabrizio Cristiano De André nasce il 18 febbraio 1940 nel quartiere genovese di Pegli, in via De Nicolay 12 da una famiglia dell’alta borghesia industriale cittadina. Il padre Giuseppe fu vicesindaco di Genova, amministratore delegato dell’Eridania e promosse la costruzione della Fiera del Mare. All’università frequenta alcuni corsi di lettere e altri di medicina a Genova, poi sceglie la facoltà di Giurisprudenza, ma a sei esami dalla laurea decide di intraprendere la strada della musica. È l’incontro con le canzoni di Georges Brassens a dargli la direzione da seguire. Si sposa con la prima moglie, Enrica Rignon, detta “Puny”, insieme alla quale ha il figlio Cristiano, ma da cui si separa a metà degli anni ‘70. Diventato un padre di famiglia, Faber pensa di abbandonare la musica per un “lavoro serio”, ma per fortuna giunge il successo de “La canzone di Marinella”, interpretata da Mina, e da lì De André rimane fedele alle sue canzoni. Sono solo quindici gli album pubblicati, a partire da “Tutto Fabrizio De André” del 1966, ristampato due anni dopo con il titolo di “La canzone di Marinella”, seguito da Volume I (1967), Tutti morimmo a stento (1968), Volume III (1968), Nuvole barocche (1969), fino al grande successo nel 1971 di “Non al denaro non all’amore né al cielo”. Faber comincia ad apparire dal vivo, ma l’esperienza del palco non gli dà la concentrazione necessaria a eseguire la sua musica e per questo non amerà mai davvero esibirsi in pubblico. Nella seconda metà degli anni ‘70, mentre sta per nascere la figlia Luisa Vittoria, De André si stabilisce nella tenuta sarda dell’Agnata, a due passi da Tempio Pausania, insieme a Dori Ghezzi, sua compagna dal 1974, che sposerà nel 1989. La coppia fu rapita il 27 agosto 1979 dall’anonima sequestri sarda e liberata solo quattro mesi dopo dietro il versamento del riscatto, di circa 550 milioni di lire, in buona parte pagato dal padre Giuseppe. Con l’album “Crêuza de mä” del 1984, Faber decide di concentrarsi sul genovese, da lui considerato una vera e propria lingua. Nell’estate del 1998, durante la tournée del suo ultimo album, “Anime Salve”, gli fu diagnosticato un cancro ai polmoni, che lo portò a morire nella notte dell’11 gennaio 1999 all’Istituto dei tumori di Milano. Ai suoi funerali alla Basilica di Carignano a Genova del 13 gennaio partecipò una folla di oltre diecimila persone, tra amici ed estimatori, parte di quei milioni che non l’hanno dimenticato neanche oggi, facendo ascoltare le sue canzoni alle giovani generazioni.
(Amf)