Roma, 29 set – Appassionatamente foodies. Questo è l’aggettivo che meglio racchiude l’atteggiamento dei circa 4,5 milioni di foodies italiani nei confronti di tutto ciò che è cibo e buon bere. Non solo quando si siedono a tavola, ma anche quando fanno la spesa, cucinano, sfogliano una rivista di cucina o navigano su internet, alla ricerca di un ristorante o di una ricetta gustosa… Su tutto ciò che riguarda cibo e bevande i foodies sono “un po’ più” motivati e interessati … degli altri italiani. A partire, appunto, dall’interpretazione stessa dell’atto del mangiare: che per i foodies è soprattutto “un piacere da condividere con gli altri” (69,4%) e una “passione, ricca di significati ed esperienze” (64,2%). Mentre, assai più razionalmente, per gli altri italiani che non si riconoscono in questa definizione è soprattutto “fonte di energia e nutrienti indispensabili” (66,2%) e poter “mangiare quello che mi piace” (54,3%). Un gioco di opposti che emerge dalla ricerca Negroni/GPF dal titolo “Foodies: il cibo come passione di massa” – 1.531 casi, raccolti con metodo cati e cawi, su un target rappresentativo di italiani di età compresa tra i 25 e i 64 anni – realizzata per indagare, per la prima volta, il mondo dei neoappassionati del cibo che oggi in Italia sono diventati un vero e proprio fenomeno collettivo. Se come tutti anche i foodies cercano soprattutto “un giusto equilibrio tra qualità e prezzo” (93,2%), assai più (82,4% contro 54,1%) della media dei nostri connazionali sono disposti a spendere di più per alcuni prodotti alimentari di alta qualità, badando meno (42% contro il 59,7%) alla convenienza e al risparmio a tutti i costi. Acquistano soprattutto sull’onda di una emozione, prestando attenzione “non solo al sapore del cibo ma anche all’impressione che ne ricevono” (92,8% contro il 64,6%). Partendo dalla constatazione che “c’è molta ignoranza e pregiudizio riguardo la qualità dei prodotti alimentari” (84,5%), le tre cose su cui gli italiani più sensibili al fascino del buon mangiare chiedono a gran voce maggiori informazioni sono: ricette (85,9%), aspetti nutrizionali del cibo (85,1%), storia e cultura gastronomica (80,4%). Sono anche attenti – in questo comportandosi come tutti gli italiani – all’elenco degli ingredienti riportato in etichetta (91,5%), all’origine territoriale geografica del prodotto (89,8%) e alla presenza di marchi di tutela (Dop, IGP, Doc, Docg etc…). Ma cercano anche informazioni relative ai controlli e alla sicurezza (87,5%), alle modalità di produzione (81,6%) e informazioni sul produttore/marca (79,4%). Se il sapere (e il conseguente farlo pesare) è la loro strategia, scelta per esercitare un ruolo e un potere in questo ambito, tra le fonti citate espressamente dai foodies troviamo il “passaparola” (59%), i libri “di cucina e ricette” (45,9%) ma anche “internet” (40%, contro l’appena 22,7% dei non foodies). Seguito dalla televisione (27%). Sette foodies su dieci (contro appena il 33,2% dei non foodies) utilizzano frequentemente internet per visitare/consultare siti dedicati all’alimentazione, a vini, birra o altre bevande o per scegliere itinerari enogastronomici. Nella rete cercano soprattutto “informazioni” (58,5%), ricette (54,3%) ma anche locali e ristoranti per i propri pasti fuori casa (43,5%). Mentre l’11,3% partecipa a blog o a gruppi di discussione su temi inerenti al cibo o alla cucina, l’8,5% predilige invece i concorsi dedicati agli stessi argomenti. È quanto emerge dalla ricerca Negroni/GPF dal titolo “Foodies: il cibo come passione di massa” – 1.531 casi, raccolti con metodo cati e cawi, su un target rappresentativo di italiani di età compresa tra i 25 e i 64 anni – realizzata per indagare, per la prima volta, il mondo dei neoappassionati del cibo che oggi in Italia sono diventati un vero e proprio fenomeno collettivo. (Roc)