Il cuore soffre in silenzio. Soprattutto quello delle donne. Ma anche quando ‘grida’ non viene ascoltato. E l’infarto è dietro la porta. Eppure basta saperlo ‘ascoltare’ per scongiurare il peggio. Dolore al petto, esami di routine nella norma e coronarografia ‘senza stenosi significative’: tutto appare sotto controllo e il paziente viene mandata a casa. Ma l’infarto può arrivare lo stesso. Perché, in realtà, il danno coronarico c’era e non è stato evidenziato, nella sua pericolosità, dagli esami. Oggi è possibile intervenire precocemente, prima che l’infarto arrivi, grazie ad una strategia diagnostica altamente innovativa messa a punto a Roma dall’équipe di Massimo Fioranelli e Paolo Pavone della Clinica Mater Dei. Un ‘Modello diagnostico integrato’ che fonde cardiologia e diagnostica per immagini, clinica e tecnologia. Un modello che si è dimostrato così efficace che gli esperti del Texas Heart Institute di Houston hanno stretto un gemellaggio con la struttura sanitaria romana: mensilmente esperti italiani della Mater Dei ed esperti statunitensi del Texas Heart Institute si daranno appuntamento a distanza per studiare i casi clinici più complessi e quindi fondere le diverse esperienze. Questo approccio diagnostico rappresenta un successo della cardiologia e della radiologia romana, un successo della Mater Dei che ha portato il Centro Cuore e la Diagnostica per immagini ai massimi livelli internazionali grazie all’introduzione di apparecchiature altamente innovative. Questo approccio integrato sarà al centro di un Convegno internazionale organizzato dalla Mater Dei insieme al St.Luke’s Episcopal home of Texas Heart Institute di Houston e la Yale University che si inaugura lunedì 8 novembre a Roma al Senato della Repubblica Sala Capitolare. “Sono sempre più frequenti i casi di pazienti, spesso donne e sempre più giovani, che si presentano al pronto soccorso lamentando un dolore al petto – spiega Massimo Fioranelli, cardiologo, responsabile del Centro Cuore della Mater Dei di Roma- e in molti casi vengono sottoposte ad esami di routine e rimandate a casa perché tutto è nella norma. In altri casi il quadro viene approfondito con un’angiografia coronarica che, a volte, può dare esito negativo o meglio evidenzia stenosi (cioè restringimenti delle arterie) non significative e, quindi, la donna viene tranquillizzata. Ma l’angiografia coronarica, pur restando un esame insostituibile, ha dimostrato di avere dei limiti: ci consente, infatti, di vedere l’interno dei vasi ma non la parete ed è proprio qui che si forma la malattia coronarica responsabile dell’infarto. Ci sono casi in cui la coronarografia classifica come emodinamicamente non significative, placche responsabili di futuri eventi coronarici. Nell’80 per cento dei casi di infarto miocardico acuto, infatti, la colpa è da attribuire a placche non significative dal punto di vista angiografico che, quindi, sfuggono ai test tradizionali. Questo modello diagnostico integrato messo a punto alla Mater Dei di Roma consente di scoprire proprio quei pazienti che ‘sembrano’ sani ma che, in realtà, non lo sono. Sono molti i pazienti che dopo aver ricevuto una diagnosi di ‘normalità’, una volta sottoposti alla Tac Cuore 128 slice, un esame non invasivo, mostrano placche coronariche e, di questi, parecchi hanno addirittura un’ostruzione così importante da dover essere trattati immediatamente con uno stent. E questo perché, a volte, l’esame coronarografico indica come non significative ostruzioni che, invece, grazie alle immagini integrate appaiono nella loro severità”.
(PO / Gil – 4 nov)