Il calcio italiano dipende troppo dai diritti televisivi, ed è ancora indietro rispetto allo sfruttamento del merchandising a livello nazionale e globale. E rispetto agli principali campionati europei, pesa il fattore stadio: quelli italiani sono vecchi, obsoleti e poco frequentati, tanto che la legge sugli stadi diventa più che mai urgente. È il quadro che emerge dal ‘Report Calcio’ 2011 elaborato dall’agenzia di ricerche Arel, da Pricewaterhouse Coopers e dalla Federazione Italiana Gioco Calcio, che è stato presentato stamattina. Gli stadi in Italia si riempiono in media solo per il 61% rispetto al 92% degli stati inglesi, all’88% degli stadi tedeschi, al 73% degli spagnoli e al 69% dei francesi. Dati che fanno dire al sottosegretario con delega allo Sport Rocco Crimi, rivolto al collega di Parlamento Enrico Letta, presente in qualità di segretario dell’Arel, che “bisogna mettersi di impegno da qui a luglio per trovare una sintesi in commissione Cultura per fare una legge con la quale faremmo un servizio a tutto il Paese”. Per quanto riguarda i diritti tv, secondo il report “l’ammontare dei ricavi generati nel 2009-10 dalle società di serie A è di 999,4 milioni di euro, con un’incidenza dei diritti derivanti dalle competizioni europee dell’11,7%: l’Italia è seconda solamente all’Inghilterra (1220 milioni), al vertice per la valorizzazione dei diritti sul mercato domestico. L’incidenza dei diritti radiotv sui ricavi in Serie A è del 65%, rispetto al 50% della Premier League, al 38% della Liga e al 32% della Bundesliga”. Male anche la situazione dello sfruttamento degli introiti del merchandising: in Italia valgono 77 milioni rispetto ai 190 milioni della Liga, ai 168 della Premier, ai 130 della Bundesliga e ai 67 della Ligue1, nonostante una crescita del 20% nell’arco dell’ultimo biennio: ma mentre in Germania l’incidenza dei ricavi da sponsor e merchandising sul totale del fatturato si attesta al 45%, in Italia siamo fermi al 20%”. Dati che portano Enrico Letta a dire che “è necessario sviluppare altri fattori – oltre appunto quello dei diritti tv – nello sforzo di rendere il calcio un’industria che possa ottenere risultati in una logica di competitività”. È stata di 345 milioni e 536mila euro la perdita netta prodotta dal calcio professionistico italiano nella stagione 2009-2010, e appena 15 dei 132 club che hanno riportato un utile e nella stagione in cui per la prima volta la serie A ha sfondato il tetto dei 2 miliardi di valore di produzione. La serie A fattura 1.536 milioni di euro, al netto di plusvalenze e proventi diversi, a fronte dei 2.440 milioni della Premier League inglese, e i costi dei tesserati ammontano a 1.493 milioni di euro, di cui 1.101 in ingaggi e 392 in ammortamenti. Le risorse investite sul settore giovanile per i club di Serie A sono appena del 5.63%. (Sis – 25 mag)