Roma, 14 ott – Tutti in piazza. Non una piazza precisa, ma in ciascuna delle mille e più che da secoli rappresentano il “luogo del dialogo, della discussione, dell’incontro” e in molti casi (da San Marco alla Signoria, dal Quirinale al Duomo a piazza del Plebiscito e via dicendo) anche la cultura italiana. Tutti in piazza,dal 20 al 26 ottobre, in Italia e in un centinaio di paesi in tutto il mondo, per l’ottava edizione della Settimana della Lingua Italiana nel mondo, organizzata dall’Accademia della Crusca e dal Ministero degli Esteri con gli importanti contributi degli Istituti Italiani di Cultura, della Società Dante Alighieri e i dipartimenti d’italianistica delle Università straniere. Un evento che ha visto “crescere negli anni l’aiuto spontaneo di associazioni” secondo Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, e che per il 2008 punta tutto, appunto, sull’ “italiano in piazza”, nella convinzione che proprio nella ‘agorà’ pubblica di ogni città si sia costruita, anno dopo anno, secolo dopo secolo, la nostra lingua, la nostra cultura e la nostra identità. Ancora una volta il direttore generale per la Promozione e la cooperazione culturale del ministero degli Affari esteri Gherardo La Francesca si è fatto promotore di un evento che punta a fare della cultura “il mezzo per stimolare il dialogo a livello internazionale” promettendo una settimana in cui in tutto il territorio italiano e non solo “dovrebbero essere superati i 1500 eventi raggiunto l’anno scorso”. Non solo lingua italiana, al centro dell’attenzione di questa settimana, ma la cultura e l’italianità in toto. Perché come dice Vincenzo Cerami, “scrittori, cantanti e artisti sono come gli artigiani: io non mi sento né più né meno di chi costruisce una sedia o un panchetto, quando scrivo una canzone o un romanzo faccio un lavoro di falegnameria. E la cultura italiana deve essere un veicolo per il nostro paese, mai come in questo momento, e non fine a se stessa. E’ necessario creare una figura d’intermediazione tra i nostri prodotti artigianali (che sono la nostra ricchezza) e la possibilità di fruizione all’estero”. E allora tutto torna, nel discorso dell’autore, se si pensa che “ad esempio siamo campioni del mondo nel design, e nel design c’è la piazza”. E proprio la piazza è il luogo per eccellenza di un cantante come Pino Daniele. “Io suono da sempre nelle piazze – ha spiegato Daniele – perché la piazza rappresenta la vita, con tutte le sue gioie e i suoi dolori, perché spesso non è facile gestirla”. Il bluesman napoletano, per l’occasione, fa da megafono per l’allarme dei musicisti italiani: in radio si sente quasi solo musica straniera, invece dobbiamo conservare e proteggere” quella musica italiana che “è un patrimonio che è un dovere tutelare, perché ci distingue in tutto il mondo”. Tutti in piazza allora, anche se la piazza, si dirà, è molto spesso anche il luogo del dialetto oltreché dell’italiano. Lo ricorda lo stesso Daniele (“quando sento definire il napoletano un dialetto mi offendo – ha scherzato – Alcuni stranieri tempo fa mi hanno detto che ‘O Sole mio’ rappresenta in pieno l’Italia, ma ho spiegato loro che si tratta di una canzone napoletana…”), lo ricorda Beppe Fiorello che pure è uno dei più grandi ‘esportatori’ di fiction italiana all’estero (“vivo a Roma ma cerco d’insegnare ai miei figli anche un po’ di siciliano: il dialetto serve a capire e mantenere la storia di una persona”), lo ammette anche La Francesca (“i dialetti danno l’identità di quella grande tavolozza che è la nostra lingua”). E lo testimonia anche il direttore di Rai Italia Piero Badaloni, secondo cui “italiano e dialetto non devono essere in competizione” e che per promuovere maggiormente la nostra lingua promette sulla sua rete “più programmi dedicati all’infanzia, anche con i nostri mezzi limitati”. Ma la testimonianza più bella e più disinteressata arriva da Pietro Spinner, ambasciatore svizzero in Italia: “I 500 mila italiani che vivono e lavorano in Svizzera – dice – hanno regalato la vita alle nostre piazze. Per questo non finiremo mai di ringraziare l’Italia”. E allora, tutti in piazza a italianeggiare.
(Sis)