Cinque mesi fa centinaia di migliaia di egiziani dimostravano a Piazza Tahrir, chiedendo la partenza di Hosni Mubarak. Ora, sono in centinaia a cantare “Ti vogliamo bene, presidente”. Il Daily Star Lebanon osserva come la frustrazione legata alla mancanza di attuazione delle riforme richieste dal popolo ha indotto alcuni egiziani a ritenere che alcuni aspetti del governo di Mubarak non siano stati poi “così male come sembrava in quel momento”. Tra i primi a lamentarsi, gli operatori dell’industria del turismo, una voce vitale per l’economia dell’Egitto, soprattutto perché offre occupazione a un lavoratore su otto e rappresenta il 10 per cento del prodotto interno lordo. La disoccupazione, uno dei fattori scatenanti della rivolta, continua infatti a crescere, dopo la sollevazione politica che ha mandato in frantumi l’economia. “Ogni volta che la gente resta delusa dalla rivoluzione – e questo accade sempre, inevitabilmente – tende a guardare al passato con una certa nostalgia”, spiega Shadi Hamid, direttore della ricerca alla Brookings Doha Centre. “Non dobbiamo prendere la pace e la stabilità di cui abbiamo goduto per 30 anni sotto Mubarak come un fatto scontato”, afferma Sally Milad, 26enne graphic designer, troppo giovane per aver conosciuto un altro presidente, convinto che Mubarak meriti “un’uscita di scena dignitosa perché ha risparmiato un sacco di vite quando scelse di dimettersi, a differenza di Gheddafi in Libia o Bashar al-Assad in Siria, la cui ostinazione sta causando la morte di tanti innocenti”. (9 lug – Fam)
