Dopo Confindustria la Fiat lascia anche l’Anfia, “per diventare più efficiente” e “per liberarsi dai vincoli di un’economia di mercato che sono freni allo sviluppo”. Intervenendo all’assemblea dell’Associazione nazionale della filiera dell’industria automobilistica, Sergio Marchionne ha chiarito che dietro questa decisione, così come in quella di mollare l’associazione di Viale dell’Astronomia, non c’è nessuna ragione politica ma è solo che “la Fiat non può permettersi di operare in Italia in un quadro di incertezze e con condizioni troppo diverse da quelle che esistono nel resto del mondo”, perché “la libertà d’azione è requisito essenziale se vogliamo essere protagonisti dello sviluppo industriale del nostro Paese”. Nonostante il periodo generale di crisi, comunque, Marchionne ha sottolineato che Fiat e Chrysler sono sulla buona strada per raggiungere i target prefissati nel terzo trimestre dell’anno e un contributo “fondamentale” a questi risultati è dato proprio dal marchio americano, che sta “sfruttando la ripresa del mercato negli Stati Uniti e in Canada, viaggiando oggi a una velocità quasi doppi rispetto a Fiat”. In Europa, invece, le cose non vanno affatto bene e “ad eccezione di quello tedesco nessuno dei principali mercati europei ha dato segni di ripresa”, ha ribadito l’ad del Lingotto aggiungendo che ”l’Italia, in particolare, ha registrato quest’anno tre trimestri in flessione, arrivando a toccare livelli così bassi che non si vedevano dal 1996”. Nessuna buona notizia, inoltre, neanche per l’anno prossimo: “Anche il 2012 si preannuncia critico e le prospettive economiche non sono delle più incoraggianti”, anzi, ha ammonito Marchionne, nel Vecchio Continente per il settore dell’auto ”siamo solo ad un miglio dall’inferno”. Di ritorno da un incontro con il ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani sullo stato di attuazione del piano di Fabbrica Italia l’ad del Lingotto ha spiegato come l’Europa non ha saputo approfittare della crisi per ristrutturare il comparto auto e “ha visto prevalere gli interessi nazionali e le ragioni della politica che hanno impedito ad uno dei più importanti settori del nostro continente di abbandonare l’inefficiente modello del passato per mettersi finalmente su una strada virtuosa”. Cosa che invece è stata fatta negli Usa, dove “la nostra industria ha iniziato a rialzarsi e a intraprendere un cammino nuovo su basi più solide e sane” perché “i problemi sono stati affrontati con coraggio ed i difetti strutturali sono stati rimossi”. “Grazie a questo – ha continuato – l’industria dell’auto americana oggi è in grado di gestire qualunque oscillazione della domanda, può sopravvivere ad un eventuale crollo come può sfruttare efficacemente una ripresa”. (Pif – 25 ott)