“Perché io sono protetto con un complesso dispositivo? Perché lo sono miei collaboratori, servitori dello Stato, esponenti di maggioranza e di opposizione impegnati sui temi del lavoro, leader dei sindacati dei lavoratori e degli imprenditori? Per ciascuno le autorità hanno deciso sulla base di notizie precise? Qualcuno ha fatto loro ‘i nomi’? Niente di tutto ciò: le scorte vengono assegnate prevalentemente sulla base di analisi di ‘contesto’, che tengono conto del clima politico, sociale e criminale nel quale chi è sottoposto a tutela si trova ad operare. La prevenzione seria si basa non solo su dati certi, ma anche e soprattutto sull’intelligenza dei fenomeni”. È quanto dichiara il ministro del Lavoro e delle politiche sociali, Maurizio Sacconi che aggiunge: “L’Italia non è la Svizzera. Il 15 ottobre gli ‘indignati’ hanno manifestato in oltre 900 città di tutto il mondo, ma solo Roma è stata messa a ferro e fuoco. A Roma si è assistito a una violenza organizzata e pianificata: il furgone dal quale i ‘bravi’ ragazzi hanno prelevato i loro ‘strumenti di lotta’ (bastoni, mazze ferrate, liquido incendiario) era stato parcheggiato all’angolo tra piazza San Giovanni e viale Emanuele Filiberto fin da venerdì 14 ottobre. Quello che è successo a Roma – sottolinea Sacconi – è sì sintomo di insofferenza giovanile, ma indica anche che sono al lavoro nuclei organizzati che operano clandestinamente per trasformare il disagio in rivolta. I terroristi e i violenti organizzati in Italia, come dimostrano i decenni tristi che abbiamo vissuto, non sono venuti da Marte: li abbiamo allevati nelle nostre scuole, nelle nostre università, nelle nostre case. E con molta tolleranza politica, culturale, istituzionale. La Germania non ha fatto cosi. Che cosa significa ciò? Significa – prosegue il ministro – che il terrorismo non nasce da lucide elaborazioni estremiste prodotte all’interno del quadro politico, ma nasce dal ventre della società, da pulsioni che diventano irrefrenabili quando la dialettica politica da strada diventa linea politica”.
“Ricordiamo – sottolinea Sacconi – l’uccisione del commissario Calabresi: per oltre due anni Calabresi è stato indicato, anche sulla stampa ‘borghese’, come il defenestratore di Pinelli creando il clima e il ‘contesto’ (ricordate Sciascia?) in cui è maturato, fino alla scontata conclusione, il delitto Calabresi. Facciamo un salto di quasi trent’anni: abbiamo scordato ‘il contesto’ – chiede Sacconi – in cui è maturato l’assassinio di Marco Biagi? Oggi, in Italia non esiste (ancora…) un movimento eversivo da cui possano scaturire energie terroristiche paragonabili a quelle che abbiamo vissuto negli ultimi trent’anni del secolo scorso. La crisi delle ideologie ha colpito anche le progettualità rivoluzionarie. Quello che è successo a Roma ci dovrebbe tuttavia far riflettere sull’esistenza, nel nostro Paese, di spinte ribellistiche di non sottovalutabile potenzialità eversiva. Le tossine degli anni Settanta continuano a produrre patologia politica. L’Italia non vive una condizione di guerra civile. Viviamo, tuttavia, quotidianamente un dibattito politico e una dialettica da guerra civile. Le parole corrono, i concetti si semplificano e si amplificano e concorrono alla creazione del ‘contesto’ nel quale dalla ‘character assassination’ è agevole passare all’intolleranza insistita nei luoghi pubblici e al tentativo di violenza fisica sul ‘nemico’. Marco Biagi non è stato ucciso da una possente organizzazione terroristica. È stato assassinato da un gruppetto di una decina di persone (infermieri, tecnici di radiologia, precari universitari) che pensavano di fare un favore alla società eliminando quello che anche voci non rivoluzionarie descrivevano come un ‘nemico dei lavoratori’. Non è necessario temere un ritorno all’eversione di massa degli anni Settanta, per paventare che un dibattito politico manicheo ed esasperato come quello dei giorni nostri possa produrre un ‘contesto’ nel quale un gruppetto sparuto di esagitati possa tentare di eliminare il ‘nemico dei lavoratori’ di turno. Il dissenso è necessario e costituisce il sale della democrazia. Quando esso muove dal rispetto dell’avversario è ancor più efficace e convincente. Soprattutto se si ha fiducia – conclude Sacconi – nelle proprie ragioni”.
(31 ott – Red)