Bruxelles – L’agricoltura italiana è la più vecchia d’Europa. Per ogni imprenditore agricolo “under 35” ce ne sono ben 15 con più di 65 anni d’età. Ma la colpa non è dei giovani che fuggono dai campi, anzi. L’assenza di ricambio generazionale è piuttosto la conseguenza diretta della “corsa a ostacoli” che è oggi la nascita di un’impresa agricola nel Belpaese: scarsa mobilità fondiaria, barriere fiscali e burocratiche, difficoltà di accesso al credito e alti costi di avviamento. Tutti fattori che spiegano perché in Italia gli imprenditori “junior” nel settore sono solo il 2,9 per cento del totale: una quota ancora molto lontana dalla media Ue del 6,1 per cento. E anche se qualcosa finalmente si muove, nello Stivale e in Europa, la situazione resta molto difficile. Tanto che in assenza di misure tempestive e di un reale cambio di rotta, l’agricoltura rischia davvero il “default”. Perché non può sopravvivere per sempre se le nuove generazioni restano fuori dal mercato. E’ questo il grido d’allarme lanciato a Bruxelles dall’Agia, l’associazione giovani imprenditori della Cia-Confederazione italiana agricoltori, nel corso della conferenza “I giovani agricoltori per l’Europa del futuro” che si è tenuta oggi nella sede del Cese. “I giovani hanno voglia di tornare alla terra, di investire nel lavoro in campagna -ha spiegato nella sua relazione il presidente dell’Agia, Luca Brunelli-. Agevolare il loro ingresso in agricoltura è fondamentale perché significa aprire le porte all’innovazione, alla competitività, all’internazionalizzazione”. (9colonne)
