Il 77% ha fondato l’azienda, il 21% l’ha rilevata e il 2% l’ha ereditata. Nel 35,5% dei casi sono definibili come lavoratori autonomi, perché privi di personale alle dipendenze, nel restante 64,5% titolari di impresa con un’occupazione media (dipendenti e collaborazioni) di 4,7 addetti, fino ad un massimo di 36. Il 10% sono donne, l’età media è di 41 anni, l’arrivo in Italia risale in media 18 anni fa, l’80% ha figli conviventi, alcuni sono sposati con italiane. Questo il profilo degli immigrati imprenditori in Italia che emerge dalla ricerca curata dal Cnel insieme alle università di Milano, Pavia e Catania e cofinanziata dal Miur, su un campione nazionale di 200 imprenditori immigrati, che comprende imprenditori propriamente detti – cioè titolari di imprese con dipendenti – accanto a un sottocampione di controllo di lavoratori autonomi, titolari di imprese individuali che dichiarano di non avere dipendenti. Nel 13% dei casi gli imprenditori immigrati si giovano di dipendenti italiani (la media generale è un posto di lavoro per italiani ogni due imprenditori immigrati). Per quanto riguarda l’integrazione sociale, l’ottenimento della cittadinanza italiana riguarda il 14% degli imprenditori immigrati, mentre il 4,5% vive con un partner di nazionalità italiana. Tra coloro che hanno famiglia, l’83,9% ha figli. Il numero dei figli è superiore a quello della famiglia media italiana (il 47,4% ha almeno tre figli). “Questi dati – sottolinea la ricerca del Cnel – mostrano un buon livello di radicamento sociale, per immigrati che, ricordiamo, sono mediamente in Italia da 18 anni. Un altro indicatore di integrazione è la propensione ad assumere collaboratori italiani, che dimostra sia l’importanza attribuita dagli imprenditori al ruolo di interfaccia che gli italiani spesso possono svolgere, sia la mancanza di pregiudizio degli italiani a lavorare alle dipendenze di un immigrato. Il 22,2% degli intervistati impiega tutt’ora o ha assunto in passato personale italiano”. (Red – 28 nov)