(9 mar) – Dal 2013, con l’ingresso della Croazia, l’Unione Europea avrà 28 stati membri, quasi il doppio di quanti ne avesse appena dieci anni prima. L’allargamento ad Est rappresenta forse il tornante storico più importante nel processo di integrazione europea. E il robusto incremento delle migrazioni all’interno dell’Unione la sua conseguenza più visibile. Come osserva il professor Ettore Recchi su neodemos.it, date le differenze di reddito ancora cospicue tra “vecchia” e “nuova” Europa, il processo di integrazione europea ha alimentato flussi migratori senza precedenti in ambito continentale. Dopo tutto, il salario medio in Polonia è ancora circa un quarto e in Romania e Bulgaria un decimo della media nella Ue-15. Fino al 2004, il numero assoluto e la quota relativa di cittadini europei residenti in un paese dell’Unione diverso da quello di origine era andato via via crescendo, anche se a un ritmo non spettacolare – assai minore di quello a cui era contemporaneamente cresciuta la presenza di immigrati da paesi terzi. Lo stock di “cittadini europei mobili” era aumentato costantemente da 5,2 a 6,2 milioni di persone nel periodo 1987-2004, per poi “esplodere” a oltre dieci milioni nel 2007, per effetto del primo allargamento del 2004, e a 12,3 milioni nel 2010, allorché la popolazione mobile è venuta a comprendere anche romeni e bulgari, che hanno potuto godere del diritto di libera circolazione e soggiorno dal 2007. Per la sorpresa di alcuni, la crisi economica ha smorzato ma non rovesciato la tendenza. Ma c’è un’altra sorpresa nei dati: anche il numero di europei occidentali che si sono spostati a vivere in un altro stato dell’Unione ha continuato la sua lenta crescita, al punto che nel 2010 se ne contavano 7,3 milioni, cioè il 37,3% in più di quanti non fossero venti anni prima (in larghissima maggioranza residenti in un altro paese della “vecchia” Europa). La teoria economica delle migrazioni avrebbe invece portato a prevedere una sensibile contrazione del loro numero, visto che – secondo la teoria – le persone migrano perché e solo se esiste un divario significativo nei redditi nazionali. Sembra invece prevalere la dimensione non economica delle scelte sociali; nel campo delle migrazioni, ad esempio, l’importanza della dimensione affettiva. La più vasta ricerca finora condotta sugli europei mobili rivela che è questa la ragione prevalente degli spostamenti all’interno dell’Unione Europea.
Fonte:
http://www.neodemos.it/index.php?file=onenews&form_id_notizia=577
