(20 apr) – A Shenzhen, nella provincia del Guandong, non molto lontano da Hong Kong, un gruppi di architetti italiani progetta opere di urbanizzazione, individua le categorie naturalistiche del paesaggio, recupera gli spazi e tutela e valorizza il territorio. Sono architetti giovani, ambiziosi, volenterosi e curiosi. Hanno voglia di viaggiare e scoprire, di dare spazio a fantasia e creatività. Sono soprattutto dei bravi esploratori: “Sono spesso in giro per la Cina, lavoro anche nelle regioni più lontane del nord e dell’ovest ai piedi dell’altopiano del Tibet o nella Inner Mongolia dove ho scoperto paesaggi mozzafiato”. A raccontarlo è Giuseppe Panzella, architetto salernitano di 37 anni: “Sto lavorando con una società di progettazione italo-cinese, Metrostudio, fondata da un mio amico e collega che prima di me si era stancato di vedere i propri progetti ‘ammuffire’ in attesa di improbabili finanziamenti – racconta Giuseppe, da due anni in Cina – presso questa società mi occupo di architettura e landscape”. L’architetto campano che si è laureato alla Federico II di Napoli nel 2000 “con 110 e lode” ha seguito dei master post universitari in modellazione 3d e realtà virtuale e una serie di workshop di architettura organizzati in Campania e a Bordeaux. Prima di arrivare in Cina, Giuseppe con alcuni colleghi, ha dato vita a uno studio: “Abbiamo lavorato discretamente per il pubblico e per i privati. Abbiamo vinto tre concorsi di idee piuttosto importanti nella nostra città ma purtroppo i nostri progetti sono rimasti sulla carta” racconta con pizzico di amarezza. Poi però, la svolta: “Quando il lavoro in Italia ha cominciato a scarseggiare ho intrapreso una nuova avventura in Cina”. “La vita all’estero è affascinante ma la nostalgia per il Belpaese è forte – ammette Panzella – la famiglia, il cibo, il sole, il cielo azzurro, il mare della mia città. In Cina – racconta – c’è poco tempo libero a disposizione, il lavoro occupa quasi tutta la mia giornata, prendo una pausa solo per farmi una nuotata in piscina: il nuoto è la mia passione. A casa ogni sera ‘sento’ e ‘vedo’ su Skype mia moglie e la mia famiglia. Appena ho la possibilità di ‘staccare la spina’, ogni due mesi, torno in Italia per passare un po’ di tempo con loro. Così ‘ricarico le batterie’”. A proposito del fenomeno della “nuova emigrazione” Panzella dice la sua: “Questa nuova ondata di giovani italiani all’estero è assai diversa da quella dei nostri nonni. I miei bisnonni paterni emigrarono negli Stati Uniti ad inizio ‘900 ed i miei nonni materni in Sudamerica, dove è nata mia madre, negli anni ’40. Oggi i Cinesi mi vedono come portatore di conoscenza e cultura occidentale. In media ho un potere di acquisto superiore alla maggior parte dei miei colleghi locali e anche capacità progettuali più ampie della maggior parte degli architetti cinesi. Il nostro percorso di studi ha la qualità di fornirci una notevole cultura generale e la capacità di affrontare qualunque tipo di nuovo problema senza perderci d’animo. Abbiamo – continua l’architetto – gli strumenti per imparare a superare ogni difficoltà. Al contrario di quello che pensano molti, io sono convinto che l’Università italiana ci prepari al mondo del lavoro perché ci fornisce gli strumenti giusti”. Anche Giuseppe è andato incontro a qualche “imprevisto”: “Le difficoltà maggiori sono state relative alla lingua in quanto pochi cinesi parlano l’Inglese e quelli che lo parlano spesso lo parlano male. Io sto studiando il mandarino ma ho grosse difficoltà: è una lingua molto diversa dalla nostra. Il cibo – aggiunge – per qualcuno è un problema mentre io apprezzo molto la cucina cinese: la trovo ricca e sana ma è completamente diversa da quella che si sperimenta nei ristoranti cinesi in Italia. Certo – ammette da buon campano – a volte mi mancano la pizza e la mozzarella”. Ma un giorno Panzella tornerà in Italia?: “In fondo non ho mai tagliato completamente il cordone ombelicale – confessa l’artchittetto – e spero di tornare a lavorare in Europa nel giro di due o tre anni”. (Gil)
