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Ervas: un’esperienza soggettiva in un racconto per tutti

it@withub.it by it@withub.it
20 Maggio 2012
in Archivio speciali - Libri
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ERVAS: COME HO TRASFORMATO UN’ESPERIENZA SOGGETTIVA IN RACCONTO PER TUTTI

Da settimane “Se ti abbraccio non aver paura” (Marcos y marcos; euro 17; pp. 320) si trova ai primi posti delle classifiche dei libri più venduti su internet e nelle librerie. L’autore Fulvio Ervas racconta la storia di Franco e Andrea, padre e figlio, che decidono di partire per un viaggio in moto attraverso gli Stati Uniti e l’America del Sud. Tutto normale, se non fosse che Andrea è un ragazzo autistico e la loro è una storia vera che Fulvio Ervas, prima di scriverla, ha ascoltato in prima persona. “Una parte importante del lavoro per questo romanzo, dopo aver letto gli appunti di viaggio, è stata soprattutto ascoltare, per quasi un anno, dalla voce di Franco le sensazioni, le riflessioni, gli elementi di ogni episodio accaduto, le sfumature – ha spiegato Ervas, – Franco è stato bravissimo a comunicare grandi suggestioni”. “La realtà, come ben sappiamo, è talmente fitta di dettagli e avvenimenti che narrarla significa sempre applicarle dei filtri e tradurre, con il proprio linguaggio e sensibilità, oggetti, sensazioni, sequenze di fatti – ha proseguito Ervas spiegando il processo che ha portato alla stesura del romanzo, mescolando la realtà all’immaginazione dell’autore. – Questo ha significato, semplicemente ma accuratamente, cercare di descrivere gli sfondi, le persone incontrate, le situazioni, con un linguaggio adeguato. Un po’ suggestivo. Perché il lettore, attraverso le parole, senta l’attenzione, la cura, l’importanza della storia che sta leggendo”. Nel romanzo, scritto interamente in prima persona, sembra veramente che a parlare sia il papà di Andrea, Franco Antonello. Un’impresa non facile, come racconta Fulvio Ervas: “Scrivendo in prima persona, e non poteva esserci altra scelta in una storia così, il problema era mantenere la giusta distanza: essere il padre di Andrea mentre scrivi e non esserlo nella realtà. Raccontare la storia del viaggio senza essere travolto dalle emozioni. Mantenere il distacco necessario per poter trasformare un’esperienza soggettiva in un racconto più ampio, rivolto a tutti, dove ciascuna persona possa ritrovare elementi di riflessione sugli scalini che la vita, alle volte, ti mette davanti”. A colpire di più, leggendo questo libro, è l’incredibile capacità di Andrea di comunicare attraverso la scrittura. “Narrativamente le parole di Andrea che il padre Franco porta con sé, durante il viaggio, su fogli di carta, e che legge, in vari momenti, sono un modo per ricordare al lettore che il problema dell’autismo è sempre la comunicazione tra due mondi. Che per un genitore dover rimanere ai margini della ‘mente autistica’ implica muoversi e vivere in un territorio complicato, dove sono necessarie grandi strategie di risposta, grande forza e coraggio”, commenta l’autore, sottolineando l’importanza di questo elemento e aggiungendo: “Poi Andrea comunica molto con il corpo: la gestualità, il modo con cui cammina, lo sguardo sfuggente ma spesso profondissimo. Anche raccontare questa fisicità è stato emozionante”. (Naf)

 

“PAGINE NOMADI”: UN FUMETTO SULL’ARTE DEI REPORTAGE DISEGNATI

Ucraina, Siberia, Russia. Quasi due anni passati nei paesi ex sovietici a camminare, incontrare persone e fare domande sul passato e sul presente. Sulle vittime di Stalin negli anni trenta, su Anna Politkovskaja, sulla guerra cecena e sull’opposizione di un popolo che oggi rialza la voce e scende in piazza contro Putin. Da questa esperienza Igort, autore di fumetti da trent’anni, ha tratto due intensi reportage disegnati, “Quaderni ucraini” e “Quaderni russi”, pubblicati con grande successo in Italia, Francia e altri Paesi europei. In questo nuovo volume, “Pagine nomadi” (Coconino press-Fandando; euro 16; pp. 176) l’autore ci accompagna dietro le quinte del suo lavoro documentario a fumetti: in una lunga intervista che attraversa il libro Igort riflette sul metodo, racconta i luoghi e le fonti della sua ricerca, ripercorre il viaggio riportando nuove testimonianze e presentando storie inedite a fumetti, acquerelli, disegni e studi preparatori, fotografie, pagine dai quaderni, appunti dai taccuini. Corredano il volume due interviste inedite a Nathalie Pasternak, presidentessa della comunità ucraina in Francia, e a Galina Ackerman, amica della Politkovskaja e traduttrice in francese dei suoi libri. (Naf)

 

“L’ETA’ LIRICA” DELL’ADOLESCENZA RACCONTATA DA LETIZIA PEZZALI

“L’età lirica” (Dalai editore; euro 15; pp. 171) narra la storia di un’adolescenza e di un primo amore. Nel vagare distratto di Mario, fra un esame di maturità che si avvicina e brevi e insoddisfacenti flirt con sue coetanee, irrompe un incontro che sembra infine dare un senso alla sua esistenza e rivelarlo a sé stesso: il “ragazzo di cenere”, uno sconosciuto visto alla fermata dell’autobus che gli riappare poi in sogno, nell’atto di sgretolarsi. Il “ragazzo di cenere” è Adrian, un compagno di scuola ambiguo e affascinante, privo di remore e di regole, attraverso cui Mario scoprirà la violenza dell’amore: “Se gli esseri umani, prima dell’invenzione delle superfici riflettenti, non potevano specchiarsi se non chinandosi di fronte ai laghi o ai fiumi, anche Mario, la cui vicenda si svolgeva ben dopo l’invenzione dello specchio, non poteva vedere se stesso veramente, se non assumendo ruoli e posizioni in qualche misura subordinati rispetto alla propria comune postura. E la superficie riflettente era sempre e solo Adrian”. Il romanzo riesce a raccontare in maniera allo stesso tempo ironica e struggente quel particolare momento della vita che uno dei personaggi, citando Kundera, definisce “l’età lirica”: “L’età in cui si è concentrati su sé stessi, e si è incapaci di giudicare lucidamente il mondo che ci circonda”. Un romanzo di formazione breve e intenso che riesce a tenere unite una rara capacità introspettiva e una (apparente) leggerezza di tratto in maniera davvero insolita, scritto dall’esordiente Letizia Pezzali, arrivata finalista alla 24° edizione del premio Italo Calvino. (Naf)

 

DIARIO AFGANO DI UN CAPITANO ITALIANO

Come in un mosaico, piccole storie che compongono una testimonianza acuta e documentata sulle nostre missioni all’estero: il signor Masham (assistente di un ministro) e il suo imbarazzante tè lurido; l’angoscia di perdersi nel traffico di Kabul per colpa di un autista inesperto, sotto la minaccia incombente dei tiratori nemici; il pericolo degli IED, gli ordigni esplosivi improvvisati; il dono di un anello con una bizzarra storia di fortuna e sfortuna; una bimba enigmatica nel gelo dell’inverno afgano; e poi l’attacco suicida del 2009: sono solo alcuni degli episodi che compongono “L’eco dei miei passi” (Mursia; euro 15; pp. 176), diario afgano di Giuseppe Amato, capitano italiano per dodici mesi in missione a Kabul. (Naf)

IL DIARIO DI DRITA, L’HANNA FRANK D’ALBANIA

Drita era una giovane ragazza albanese, una poetessa, morta a soli di ventitre anni. Era figlia di Liri Belishova, una dei leader della Gioventù durante la guerra antifascista di liberazione nazionale e, per alcuni anni, membro del Bureau Politico. Il padre di Drita, Maqo Çomo, era un leader partigiano che più tardi era stato anche ministro dell’agricoltura. Nel 1960, poco dopo l’avvento del comunismo in Albania i due furono condannata in quanto “revisionisti” e, pertanto, “nemici del Partito del popolo”. Quando i genitori vennero condannati Drita aveva solo due anni . Trascorse l’infanzia e la giovinezza nel terrore e nell’ansia della dittatura e di un cancro che presto l’avrebbe portata via all’età di soli 23 anni. La vita di questa giovane donna ha ben rappresentato la parabola dei dissidenti albanesi oppressi dallo stato, torturati nei campi di internamento e, spesso, lacerati anche da storie personali che si intrecciano in maniera indissolubile con le vicende politiche di cui sono stati loro malgrado protagonisti. Drita morì nel letto di un ospedale oncologico nel 1981. Scrisse per sé il diario e le poesie senza sapere che un giorno sarebbero stati pubblicati. “Luce che sgorga dall’abisso” (Rubbettino; euro 14; pp. 200), già apparso in Albania e Francia, giunge oggi al lettore italiano, accompagnato da una introduzione di Ismail Kadarè. (Naf)

 

L’AMORE SECONDO CAMERON IN “CORAL GLYNN”

Ci sono libri che si ricordano magari per la storia, o i personaggi, o le atmosfere. Poi ce ne sono altri, più rari e sfuggenti, che all’universo parallelo della letteratura arrivano in un modo diverso, curvando lo spaziotempo della narrazione per portarci in una scena che, al di fuori delle loro pagine, sembra non voler esistere. È quello che succede in “Coral Glynn” (Adelphi; euro 18; pp. 212), scritto dallo statunitense Peter Cameron, dove in una grande villa nella campagna inglese del 1950, Coral, che al mondo non ha più nulla e nessuno, arriva per assistere la padrona di casa, mentre il figlio di lei, il maggiore Clement Hart, cerca di guarire dalle ferite che gli ha lasciato la guerra. In quelle stanze buie, gelide e spettrali, Coral e Clement arrivano in brevi momenti, con le parole, quasi a toccarsi. Ma ogni volta, dalla caligine che si insinua ovunque, qualcosa – un anello rubato, un inquietante gioco infantile, un misterioso profumo di fiori – si materializza, costringendo il desiderio e il bisogno ad assumere una forma meno categorica dell’amore. È l’inizio di un viaggio lieve, doloroso e imprevedibile, difficile da raccontare e impossibile da dimenticare. (Naf)

 

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