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L’umor e l’amor di “Tutti i racconti” di Luis Sepúlveda

it@withub.it by it@withub.it
27 Maggio 2012
in Archivio speciali - Libri
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L’UMOR E L’AMOR DI “TUTTI I RACCONTI” DI LUIS SEPÚLVEDA
Sfogliare l’ultimo libro di Luis Sepúlveda pubblicato da Guanda è come fare un viaggio nell’universo narrativo dello scrittore cileno. “Tutti i racconti” (euro 18.50; pp. 480) raccoglie, in ordine cronologico di pubblicazione, tutti i racconti scritti finora dall’autore di “Diario di un killer sentimentale”. Il volume è impreziosito da sei racconti inediti, gli ultimi del libro, legati insieme da una spirale di fumo. Il fumo è infatti il filo conduttore in quattro di questi sei testi pubblicati per la prima volta in Italia: una sigaretta sblocca una divertente impasse diplomatica tra un ambasciatore cileno e uno cinese; due angeli custodi vengono cacciati a pedate da un locale per non fumatori; un tiro di sigaretta è l’ultimo desiderio di un condannato a morte in un mondo governato solo dal Papa; un impiegato appena assunto trova l’amore grazie al vizio del fumo. Nei quarantotto racconti di questo libro il lettore può trovare tutti i temi che hanno caratterizzato la bibliografia di Luis Sepúlveda, come l’impegno politico, il potere della narrazione o l’amore. Sono questi ultimi i racconti che riescono, più degli altri, a colpire il lettore. Come “Storia d’amore senza parole” o “Le cose dell’amore”, dove i personaggi diventano vivi per la loro sensibilità, la loro tenerezza, la tenacia che li porta sempre con il pensiero alla donna amata, anche quando questa è già scomparsa. In un’intervista al blog letterario Mangialibri Sepúlveda ha detto che si considera “uno scrittore di stampo cervantino, un ‘nipotino’ del grande Cervantes, colui che più di chiunque altro è stato un maestro nell’uso dello strumento dell’ironia, un’ironia intelligente e sensibile, al contrario del sarcasmo, che è sempre vigliacco e offensivo. Io cerco di scrivere dal punto di vista di una sana ironia fatta di amor e umor”. L’umorismo è infatti l’altra arma che lo scrittore cileno usa per inchiodare il lettore alle sua pagine, non solo nei racconti più apertamente umoristici. Ma forse, per descrivere questo volume, le parole più adatte sono quelle dello stesso Sepúlveda, secondo cui “l’opera di uno scrittore trova la sua più profonda giustificazione etica non tanto nelle cose grandi, ma in quelle piccole nella forma e grandi nel contenuto”. (Naf)

IL SICARIO FILOSOFO DI MCSHADE IN “LA MANO DEL DIAVOLO”
In “La mano destra del diavolo” (Voland; euro 13; pp. 128) Peter Maynard, il Califfo, è un sicario filosofo, che legge i classici, ha l’ulcera e beve latte invece del solito whisky. Pagato da un milionario per scovare e uccidere i quattro che anni prima hanno violentato la figlia provocandone la morte, il Califfo si muove in un mondo duro, dove la menzogna è legge. Ma si tratta dell’America dove il sindacato del crimine detta legge, o del Portogallo di Salazar dove l’autore Dinis Machado per sfuggire alla censura deve assumere lo pseudonimo di Dennis McShade e far finta di tradurre un’opera che in realtà scrive in portoghese? L’ambiguità e il doppio, ecco le chiavi di lettura di un romanzo che usa i generi per sovvertirli. Dennis McShade è lo pseudonimo di Dinis Machado (1930-2008), nato a Lisbona, giornalista sportivo, critico cinematografico e teatrale e autore di sceneggiature. È stato anche caporedattore della principale rivista di fumetti portoghese “Tintin” sulle cui pagine sono uscite per la prima volta le avventure di Corto Maltese. Nella sua produzione letteraria da ricordare soprattutto “O que diz Molero”, uscito nel 1977, libro che ebbe un successo clamoroso di pubblico e di critica. (Naf)

GUIDA ALLA GALASSIA LOW-COST DEI DISCOUNT
Se fare la spesa al discount è un’arte, scegliere tra le infinite sottomarche è insidioso: un percorso a ostacoli o una meravigliosa avventura. “Discount or Die” (Nottetempo; euro 16,50; pp. 208), nato come un blog per condividere esperienze e creare un archivio collettivo su ciò che c’è di improbabile e di miracoloso nei discount, in Italia e non solo, è la guida alla galassia del low-cost. Qualità, prezzo, reperibilità, confronto, analisi… Scaffale dopo scaffale, barattolo dopo barattolo, Valeria Brignani compie un gran tour culinario e di anarchica economia domestica insieme a tutti quelli che non vogliono essere schiavi del brand e che mediano, ogni giorno, tra i propri gusti e le proprie tasche. “Discount or Die” è il diario collettivo e scanzonato nel quale s’incontrano ricette, pensieri, ricordi, aneddoti e consigli per gli acquisti e una bussola indispensabile. L’autrice è nata a Varese nel 1982. “Casseur” suo primo romanzo è uscito nel 2005. Collabora con varie riviste ed è assistente sociale.
(Naf)

LE TESTIMONIANZE DEI MANIFESTANTI DI OCCUPY WALL STREET
Hanno distrutto le loro tende e i loro libri. Ma non hanno perso la determinazione. Una volta ancora hanno giurato fedeltà al movimento, consci di rappresentare la grande maggioranza colpita dalla crisi. Dal 17 settembre 2011, Occupy Wall Street si oppone alla speculazione finanziaria e alle disparità sociali emerse con la grande recessione. In poche settimane, con base a Zuccotti Park, il movimento si autodisciplina, si organizza in gruppi di lavoro, comunica tramite Twitter e YouTube, si diffonde come un virus democratico da New York a Boston, da Oakland ad Atlanta, da Los Angeles a Seattle, con lo stesso impeto che ha mosso gli indignados in Europa e i giovani della primavera araba. Fino a conquistare la copertina di protagonista dell’anno di Time. “Occupy!” (Il Saggiatore; euro 16; pp. 224) raccoglie le voci di chi partecipa attivamente, di chi simpatizza, di chi guarda e passa, di chi cerca soltanto una tenda e un po’ di cibo. Sono studenti, operai, giornalisti, disoccupati, bancari “fuoriusciti” e intellettuali di fama internazionale come Slavoj Žižek, Angela Davis, Judith Butler, Rebecca Solnit. I redattori di “n+1”, ”Dissent”, “Triple Canopy” e “The New Inquiry” sono stati a Zuccotti Park fin dall’inizio dell’occupazione. È dai loro diari e dalle loro gazzette che nascono le analisi contenute in questo libro. (Naf)

VIAGGIO ALL’INFERNO DI TIMOR EST ALLA RICERCA DI UN FRATELLO PERDUTO
Enrico è un indolente professore romano di storia del cinema e l’inaspettata confessione della madre malata gli svela l’esistenza di un fratello ormai adolescente che vive nell’inferno che è Timor Est, paese sull’isola di Timor nell’Oceano Indiano, occupato e amministrato con la violenza dagli indonesiani. A quel punto, per compiere la missione affidatagli, dovrà intraprendere un viaggio verso quell’isoletta dimenticata da Dio, l’ultimo scalo dell’estinto impero portoghese. Nel frattempo, a Timor, il fratello affronterà la fuga dal suo minuscolo villaggio distrutto in compagnia di un gruppo sgangherato di superstiti. L’avventura si rivelerà un percorso picaresco e quasi surreale tra spie di professione, preti coraggiosi, nostalgici della monarchia, commercianti genovesi, gruppi armati e inquietanti generali. Ambientato nell’ultimo periodo del dominio indonesiano, alla fine del novecento, “Le nuvole di Timor” (Cavallo di Ferro; euro 16; pp. 304) è allo stesso tempo un romanzo d’impegno e la narrazione umoristica di un destino iniquo e distorto, che sta a ricordare gli errori del colonialismo e i suoi abbandoni. L’autore Marco Ferrari è nato a Milano nel 1965, ha fondato e dirige la rivista “Meridiani Montagne”. Scrive per diverse testate giornalistiche italiane e straniere. (Naf)

IL SAPORE DELLA NOSTALGIA NEL ROMANZO DELL’INDIANA ANJALI JOSEPH
A Saraswati Park, un tranquillo quartiere di Bombay lontano dagli alberghi di lusso, da Bollywood e dalle zone degradate, abitano Lakshmi e Mohan, genitori di ragazzi emigrati all’estero, e zii di Ashish, irrequieto studente di letteratura, ospite per l’anno che deve ripetere al college. Mohan scrive lettere e compila moduli per chi non può farlo da sé. La sua passione sono però i libri usati, di ogni genere, che colleziona, e la sua segreta aspirazione è la scrittura, quella vera. Anche Lakshmi ha una vita interiore, una narrazione di sé che tiene rigorosamente segreta. La presenza del giovanissimo Ashish, alla ricerca di un futuro e di un’identità sessuale, coinvolto in una difficile storia d’amore gay, spinge la coppia a prendere a sua volta coscienza dei propri desideri e ad acquistare una nuova sicurezza. “Lo scrivano di Bombay” (Bollati Boringhieri; euro 17; pp. 270) sarebbe una tradizionale storia di amori, sentimenti e ansie nascoste se l’autrice non fosse maestra nel raccontare anche quella che è la vera protagonista del romanzo, e il suo vero amore: la città che continua a chiamare Bombay nonostante nella nuova India sia da tempo diventata Mumbai, sintomo di una grande nostalgia per quel brulicare di vita minuta, ricca, affascinante che riempie le strade, i giardini e i caseggiati delle città, anche quelle dell’India contemporanea. L’autrice Anjali Joseph è nata a Bombay nel 1978, ha studiato letteratura inglese al Trinity College di Cambridge e ha insegnato alla Sorbona, lavorando per il “Times of Indi” e per “Elle India”. Vive tra l’Inghilterra e Bombay. Con questo suo primo romanzo ha vinto, nel 2011, il Betty Trask Prize e il Desmond Elliot Prize. (Naf)

AMORI E PRECARIATO: PER IANNACCONE “ANDRA’ TUTTO BENE”
“Io ho la sensazione generale che il mio sia un Paese triste. Molto triste. E anche molto pieno di raccomandazioni. E anche molto pieno di bustarelle. E anche molto pieno di malavita. E anche molto pieno di massoneria. E anche molto pieno di disuguaglianza. E anche molto pieno di ingiustizia. Questo è il mio Paese. Ma la colpa è pure nostra”. Riflessioni sincere, pensieri genuini, leggerezza e profondità, sogni e sentimenti, ironia e sarcasmo: in “Andrà tutto bene” (edito da La Bottega delle parole, 10 euro, pp. 160), il primo romanzo di Stefano Iannaccone, ci sono “disegni scritti” che ben rappresentano una generazione. Nel romanzo le incertezze della vita universitaria, le prospettive di un lavoro precario e la paura dell’instabilità emotiva. Iannaccone con uno stile svelto e originale, vivo, easy, rilassato ma mai banale, racconta una sfida: quella di essere giovani oggi. Parla di sogni, aspirazioni, legami, difficoltà e amore. E in un mondo dove tutto è precario forse anche i sentimenti sono a tempo determinato. Così ecco la storia di Marco e Fabiana, Marina e Guido e dei tanti amici dello stesso Marco, aspirante giornalista, che racconta una Roma pronta ad ospitare e a dare mille possibilità ma dove non mancano preoccupazioni e ansie, innamoramenti, tradimenti, turbamenti e serate alcoliche. Iannaccone racconta dei giovani che si chiedono del loro futuro e riflettono sul loro presente. Arriveranno lontano? Ce la faranno, andrà tutto bene? Intanto criticano il sistema e l’Università, la politica e la sua classe dirigente. Hanno gli occhi curiosi e aperti sul mondo, hanno fantasia e talento, come quello di Fabiana che dipinge la realtà con parole e non solo colori. Sono giovani che hanno voglia di partire (e a volte di tornare) , di vedere e scoprire e sì, di crescere perché “le esperienze aiutano a crescere” e se si incontra qualche difficoltà pazienza, “bisogna estrarre gli aspetti migliori dalle esperienze che hanno lasciato ferite dolorose” scrive l’autore. Iannaccone parla di giovani che hanno progetti ambiziosi e sono alla ricerca di un equilibrio, che hanno paura del futuro ma al tempo stesso vanno alla ricerca di traguardi e affetti sinceri. Non mancano riflessioni più grigie: “C hanno svuotato di ogni energia, rendendoci una generazione senza prospettiva” e slanci più ottimisti legati alla “volontà di riscossa”. “Sono Batman, sono Superman, sono Spiderman” ripeterà più volte Marco. La volontà di crederci, di innamorarsi, di scrivere, quella non manca. Insomma, “Andrà tutto bene”. (Gil)

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