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RINVIO ELEZIONI COMITES E CGIE, PARLA EUGENIO MARINO (PD)

it@withub.it by it@withub.it
5 Giugno 2012
in News dal mondo HP, Protagonisti
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E’ arrivato oggi in Commissione esteri al Senato il DL sul rinvio delle elezioni dei Comites. Ne abbiamo parlato con Eugenio Marino, responsabile del PD per gli Italiani nel Mondo.

Lei e il suo Partito avete criticato la genesi del DL. Conferma quelle critiche?

Certamente si. Abbiamo criticato la genesi del DL, avvenuta senza alcun tipo di discussione né nelle commissioni né nei comitati per gli italiani all’estero né nel CGIE, di cui si riunisce in questi giorni a Roma il Comitato di presidenza. Inoltre ne siamo venuti a conoscenza tramite un comunicato stampa a cose fatte, quando non era più possibile discutere nulla. Così si delegittimano gli eletti all’estero, i luoghi istituzionali e il CGIE e si rischia di fare gli stessi errori del Governo Berlusconi e dell’ex Sottosegretario Mantica. Anche se poi ieri c’è stato un chiarimento leale e cordiale con il Ministro Terzi sulle modalità e la genesi.

Lei dice che sarebbe stato bene discuterne prima ma il Governo sostiene che non ci sono risorse sufficienti per il voto e che il rinvio era d’obbligo. Cosa avreste detto voi in Parlamento se ci fosse stata una discussione?

Innanzitutto avremmo chiesto di non emanare il decreto, poiché il Partito Democratico voleva le elezioni entro quest’anno, visto che si tratta non del primo, ma del terzo rinvio. E infatti, proprio ieri, in un incontro alla Farnesina insieme ai Vice capigruppo del PD di Camera e Senato, Ventura e Zanda, abbiamo detto al Ministro Terzi che questa è sempre stata la posizione del PD, nota da tempo. Per cui se ci avesse consultato avremmo chiesto di non emanare quel decreto. Se poi il decreto era d’obbligo per motivi economici, abbiamo ribadito al Ministro che a maggior ragione avremmo dovuto concordarlo con i Parlamentari e con lo stesso CGIE. Nel merito, ad esempio, non si sarebbe dovuto parlare nel decreto di solo voto elettronico né fissare a due milioni il tetto di spesa, sia perché per come è scritto il DL può trarre in inganno e far pensare che quella sia l’unica modalità di voto possibile nel 2014, sia perché il costo complessivo del solo voto elettronico, tra progettazione, realizzazione e informazione verso gli italiani all’estero, potrebbe rivelarsi più alto dei due milioni preventivati già al costo della vita di oggi, figuriamoci del 2014. Inoltre avremmo chiesto al Ministro che già nel provvedimento di rinvio fosse indicata la destinazione dell’intera cifra risparmiata con il rinvio del voto. Cosa che comunque abbiamo chiesto ieri al Ministro, cioè che i quasi sette milioni di euro derivanti dal rinvio siano destinati per intero ai capitoli del MAE per gli italiani all’estero, a cominciare dalla promozione di lingua e cultura. Abbiamo anche sostenuto che fosse un errore persino legare il rinvio al compimento della riforma degli organismi interessati, spiegando che la riforma imposta in passato al Senato e ferma alla Camera per noi è sbagliata nell’impianto e ha generato divisioni profonde e difficilmente sanabili. Per cui avremmo chiesto, se ci fosse stata una discussione preliminare, e abbiamo chiesto ieri che si riparta da un’altra proposta di riforma concordata e ampiamente condivisa in Parlamento e nel CGIE. Infine, qualora si fosse ritenuto di varare il Decreto, avremmo chiesto di avviare l’iter alla Camera, poiché in Senato in passato il clima di contrapposizione su questi temi è stato troppo forte e aspro e le condizioni per il dialogo sono rese più difficili. Basti infatti ricordare le dichiarazioni dell’ex Sottosegretario Mantica sui panzer divisionen. Per questo abbiamo criticato anche la scelta di affidare proprio a lui l’incarico di relatore, cosa che giudichiamo come l’ennesimo errore e un macigno sulla strada del dialogo e del consenso ampio. Ieri l’ho detto anche al Ministro, ma quando ormai le cose erano tutte fatte e decise purtroppo. Quindi abbiamo chiesto che prima della conversione in legge il Decreto sia modificato dopo una discussione seria col CGIE e un accordo preventivo in Parlamento. Che ci sia, da qui in poi, un reale confronto con i gruppi parlamentari, con gli eletti all’estero e i Comitati per gli italiani nel mondo e che si lavori in raccordo.

 

Quindi ora che succede?

Vedremo. Ormai non si tratta più di fare auspici, ma solo di valutare i comportamenti e gli atti formali e concreti. Vedremo se il Decreto sarà modificato e come, se i sette milioni di euro derivanti dal rinvio saranno utilizzati per gli italiani all’estero o saranno risucchiati altrove, se il dialogo ci sarà o no e con chi sarà. Perché va evitato il rischio del passato, quando Mantica, anziché parlare con gli interlocutori dati, sceglieva lui i propri interlocutori, con il solo intento di realizzare un suo preciso disegno e con il risultato di aver fatto saltare due volte il voto (e con questa tre), di non essere approdato a nessuna riforma, di aver azzerato i capitoli di spesa per gli italiani nel mondo e di aver pregiudicato ogni rapporto dialettico e di fiducia tra le parti rendendo impossibile il dialogo. Con la conseguenza concreta di aver danneggiato gli italiani nel mondo, delegittimato e sfiancato le istituzioni e le rappresentanze degli italiani all’estero, compresa quella parlamentare, e di aver diviso profondamente le comunità. Con queste premesse capiremo presto se ha cambiato atteggiamento e vorrà favorire il dialogo e la sintesi per costruire qualcosa o se vorrà continuare a creare divisioni e ulteriori smantellamenti delle nostre comunità. E soprattutto vedremo se il Governo, il Ministro Terzi e il Sottosegretario de Mistura saranno in grado di arginare certi comportamenti o si lasceranno trascinare sulla sua scia dell’amante dei panzer divisionen che vuol passare volentieri sul cadavere del CGIE.

Mi faccia capire meglio, lei sta facendo un ragionamento retorico perché è sfiduciato e crede che non si possa più far nulla o pensa che ci possano ancora essere margini di fiducia?

Mah, come recita il vecchio adagio popolare? “La speranza è sempre l’ultima a morire”. Per cui voglio rimanere fiducioso, con quello che Gramsci chiamava l’ottimismo della volontà, ma conscio del fatto che vi è anche un pessimismo della ragione e che la fiducia, appunto, può anche morire. Vedremo.

(red – 5 giu)

 

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