UNA BLACK COMEDY NEL SEGNO DEL ROCK
Jack Tagger è un giornalista che non sa tenere la bocca chiusa, per questo da cronista d’assalto è finito a scrivere coccodrilli sulle pagine dello Union-Register, quotidiano del Sud della Florida che negli anni, come Jack, sembra aver perso mordente. Ma ora che Jimmy Stoma, incendiario leader degli Slut Puppies, è annegato a largo delle Bahamas in circostanze poco chiare, può scrivere molto più che la cronaca di un decesso. Cleo, la vedova di Jimmy, è una cantante senza talento, diventata famosa per aver mostrato al mondo, nel suo unico video in stile Basic Instinct, la sua “personalità”, e adesso sta dando versioni talmente incoerenti sull’incidente di Jimmy che Jack freme per poter indagare a fondo… Questa è la trama di “Crocodile Rock” (Meridiano Zero; euro 18; pp. 400) una black comedy irriverente e dai denti aguzzi scritta da Carl Hiaasen, uno dei grandi stregoni del thriller moderno nato e cresciuto in Florida. (Naf)
PUZZLE POLIZIESCO AGLI ALBORI DEL NAZISMO
Monaco, anni ’20. L’ex ispettore di polizia Paul Kajetan agisce come investigatore privato e sta cercando di recuperare, per conto della sua locandiera, i soldi che il nipote ha perso in azzardate speculazioni finanziarie. Per portare a termine il suo compito finirà per disturbare gli affari di persone potenti e politicamente ambiziose. Per ostacolare le sue indagini vecchi amici tenteranno di attribuirgli l’omicidio del suo successore alla polizia di Monaco. Kajetan dovrà discolparsi e stare in guardia perché anche la sua vita sarà in pericolo… “L’ispettore Kajetan e gli impostori” (Del Vecchio; euro 14; pp. 336) è un abile compresenza di colore locale, retroscena storico e investigazione serrata: anche questa volta Robert Hültner, autrice tedesca classe 1954, appassiona con un complicato puzzle poliziesco agli albori del Nazionalsocialismo.
(Naf)
HUMOR BRITANNICO ALL’INSEGNA DELL’ANTIMILITARISMO
Gran Bretagna, primi anni Settanta. Un’isoletta nella Manica, al di fuori delle acque territoriali inglesi: pochi metri di rocce e scogli, nessun albero e una nutrita popolazione di gabbiani. Agli occhi del giovane Albert – ne è appena diventato il proprietario grazie all’eredità dello zio Alf, che l’ha vinta in una leggendaria partita a poker – l’isola ha un’unica attrattiva: la bellissima Victoria, figlia di un avvocato, che vi si reca ogni giorno a prendere il sole. Una sera i due rimangono soli avvolti in una fitta nebbia e, mentre Albert si accinge a sedurre la ragazza, un peschereccio della marina sovietica si incaglia sugli scogli. Più che dall’invasione della sua proprietà, Albert è sconvolto dallo scoprire che il peschereccio è in realtà una sofisticata nave spia. Il padre di Victoria consiglia al protagonista di affittare ai russi parte dell’isola per una cifra altissima, in attesa di disincagliare la nave. L’Unione Sovietica accetta con entusiasmo, conquistando una postazione radar nel cuore delle acque inglesi. La risposta degli Stati Uniti non si fa attendere: in poco più di un’ora affittano l’altra metà dell’isola e vi sbarcano un reparto di marines… Tra grottesche missioni segrete, improbabili azioni di sabotaggio, spedizioni in cerca di alcolici, in “E a mio nipote Albert lascio l’isola che ho vinto a Fatty Hagan in una partita a poker” di David Forrest (Il Saggiatore; euro 14,50; pp. 256), pubblicato per la prima volta in Italia nel 1977, russi e americani si rendono conto di avere molto in comune. (Naf)
“IL BRUCO”, FRA DESIDERI E FOLLIA
Il giovane e brillante tenente Sunaga è tornato gravemente ferito dalla guerra russo-giapponese. Senza braccia né gambe, sordomuto, è ridotto a una creatura simile a un bruco. Acclamato come un eroe, presto liquidato con una medaglia e dimenticato da tutti. Solo Tokiko, la bella e sensuale moglie, gli resta accanto, condannata dall’amore e dalle convenzioni sociali a convivere con l’invalido silenzioso e mostruoso che una volta era suo marito. In un crescendo di attrazione e repulsione, il sesso resta l’unico legame possibile tra i due. “Il bruco” (Coconino press; euro 17; pp. 144) è una storia di desideri e fantasmi, di eros e follia, decadenza e morte, interpretata dai raffinati, squisiti disegni di un maestro del manga giapponese come Suehiro Maruo, vero e proprio autore di culto, che cita gli artisti del movimento Ero Guro del Sol Levante, il cinema di Fritz Lang e Tod Browning, il Grand Guignol e le opere di Georges Bataille.
(Naf)
L’IRAN SECONDO KADER ABDOLAH
“Ho lasciato morti dietro di me, i miei compagni di lotta sono in carcere o sepolti in qualche cimitero, mentre io vengo ricevuto ovunque come un re.” Come i precedenti romanzi di Kader Abdolah, anche “Il re” (Iperborea; euro 18,50; pp. 488) è frutto di una febbrile urgenza di scrivere, di un dovere etico della memoria. Siamo nella Persia a cavallo tra Otto e Novecento, al centro del Grande Gioco tra Russia, Francia e Inghilterra per il dominio asiatico. Ma è anche l’alba della globalizzazione, una brezza incessante spazza via tradizioni millenarie per portare modernità e profondi cambiamenti. Debole, ostinato, vendicativo, più interessato alle duecentotrenta donne del suo harem e alla gatta Sharmin che ai problemi dell’Iran, lo scià Naser non sa intercettare gli snodi cruciali della Storia, ma proprio per questo mantiene il fascino umano del perdente legato a un mondo che scompare. A lui si contrappone il visir Mirza Kabir – trisavolo dell’autore – che lotta invece per un futuro di progresso, sognando la costruzione di scuole, fabbriche, ferrovie, ospedali e il diffondersi dei vaccini. L’autore Kader Abdolah, nato in Iran nel 1954, perseguitato dal regime dello scià e poi da quello di Khomeini, rifugiato politico in Olanda dal 1988, è diventato uno dei più importanti scrittori di questo paese, costantemente nella lista dei best-seller. (Naf)
