ANDY WARHOL AL CASTELLO DI OTRANTO
Marilyn, Campbell’s Soup, Electric Chair, Falce e Martello, Dollar Sign. Sono solo alcuni dei capolavori del padre della Pop Art che vengono presentati al Castello Aragonese di Otranto, fino al 30 settembre. “Andy Warhol – I want to be a machine”, aprirà la nuova stagione artistica del Castello di Otranto che, grazie alla volontà dell’amministrazione comunale, da quattro anni si è affermato come un importante contenitore culturale. La mostra, attraverso circa cinquanta opere provenienti da collezioni private italiane e prodotte da Andy Warhol con la tecnica meccanica della serigrafia, presenta i temi fondanti dell’estetica dell’artista statunitense scomparso nel 1987: mito bellezza-successo (Marilyn), consumismo (Campbell’s Soup), simboli tragici (Electric Chair). Inoltre, saranno esposte opere significative come la serie dei Flowers, il Vesuvio (realizzato in occasione del suo soggiorno napoletano grazie al gallerista Lucio Amelio), i simboli del potere (Falce e Martello, Dollar Sign) e altre ancora. Summer Pop è il titolo della rassegna collaterale alla mostra. (red)
GENOVA RISCOPRE GIACOMO DURAZZO
Una mostra, allestita fino al 7 ottobre nel Teatro del Falcone di Genova, spazio espositivo del Museo di Palazzo Reale, intende ricostruire la figura straordinaria di Giacomo Durazzo, genovese cosmopolita vissuto al culmine dello splendore della Repubblica. Nato nel palazzo che oggi chiamiamo Reale, membro di una delle famiglie più ricche e influenti della Genova d’antico regime, fu avviato dapprima alla carriera ecclesiastica, e solo nel 1744 fu ascritto al libro della nobiltà, entrando nei ranghi dell’amministrazione repubblicana e ricoprendo subito importanti incarichi diplomatici. Grazie a una raffinata educazione e a una personalità fuori del comune, diventò giovanissimo il direttore dei teatri viennesi, influenzando per un decennio la vita musicale e culturale della capitale dell’Impero e compiendo una rivoluzione storica nell’ambito del teatro musicale europeo. A lui si deve la valorizzazione di musicisti come Gluck, attore della riforma del melodramma, che in quegli anni si andava affrancando da una totale dipendenza dai modelli dell’opera italiana. Fu quindi per vent’anni ambasciatore cesareo a Venezia, continuando a occuparsi sia di musica che di arti figurative. Costruì, e ordinò con criteri moderni ed illuminati, una celeberrima collezione di stampe del duca Alberto di Sassonia-Teschen, poi confluita in uno dei più grandi musei di grafica del mondo, l’Albertina di Vienna. Protettore di geni musicali, amico fraterno del cancelliere austriaco Kaunitz e dei maggiori studiosi ed eruditi dell’epoca, bibliofilo, ebbe anche una sua raccolta che comprendeva capolavori come la Discesa al Limbo di Mantegna. Si deve a lui la prima serie di stampe degli affreschi nella Cappella Ovetari di Padova. Protesse e indirizzò il pittore Giovanni David, coinvolto spesso nelle sue imprese. A Venezia entrò subito a contatto con la nobiltà locale, assimilandone usi e costumi, dividendo la sua vita tra lo splendido palazzo Loredan sul Canal Grande, sede dell’ambasciatore austriaco – dove trasferì una rilevante collezione d’arte -, ed una grande villa a Mestre, distrutta a fine ‘800. La sua tomba è posta in una posizione privilegiata all’interno della chiesa di San Moisè a Venezia, immediatamente dinnanzi al presbiterio. (red)
ROMA CELEBRA LE STAMPERIE ARTISTICHE
Si tiene a Roma, al Complesso Monumentale di San Salvatore in Lauro, dal 4 al 28 settembre, la mostra “Le stamperie artistiche di Roma, realizzata da Il Cigno Galileo Galilei con il patrocinio dell’assessorato alle Attività Produttive di Roma Capitale. La stampa artistica e la figura dello stampatore sono al centro di un’esposizione che ripercorre la storia e l’importanza di un mestiere antico, destinato ancora a lasciare traccia di sé nell’arte contemporanea. Alcuni tra i maggiori artisti del ‘900 – Burri, Pomodoro, Guccione, Greco, Guttuso, Rotella e molti altri – si sono avvalsi dell’opera degli artigiani stampatori romani e oggi le Stamperie d’Arte sono una realtà viva della Capitale, veri e propri centri di cultura, che sanno interpretare la tradizione artigianale attraverso l’uso delle moderne tecnologie. “Roma Capitale ha voluto patrocinare l’iniziativa ideata da Il Cigno Galilei del prof. Lorenzo Zichichi – spiega l’assessore Davide Bordoni – perché la mostra focalizza l’attenzione sulla figura dello stampatore, ormai pressoché dimenticata, e sull’importanza di questa categoria professionale, soprattutto nell’ottica della creazione di nuovi posti di lavoro nell’ambito dell’artigianato romano. Questa esposizione rafforza e potenzia una delle tante identità artistiche della nostra città, sottolineando l’importanza della categoria degli artigiani nel comparto produttivo capitolino”.
(red)
AL VITTORIANO LA MAGGIORE ANTOLOGICA SU JULIO LARRAZ
La mostra “Julio Larraz”, ospitata al Complesso del Vittoriano fino al 30 settembre, è la più completa mai realizzata in Italia dedicata all’artista cubano 68enne, considerato uno dei maggiori artisti latino-americani. Attraverso circa cento opere tra olii su tela, disegni, acquarelli e alcune sculture non viene celebrata solo la sua arte parodistica e grottesca, figlia di quell’esperienza da caricaturista che contraddistingue la prima parte della sua carriera, ma l’intera sua pittura nella quale si mescolano aspetti differenti. Larraz nasce a L’Havana nel 1944 ma nel 1962 la sua famiglia si trasferisce a Washington e poi a New York. E’ proprio lì che continua a disegnare le caricature politiche che verranno pubblicate dal New York Times, The Washington Post, The Chigago Tribune, Vogue ed altre riviste importanti. “Ho lavorato per il New York Times , il Washington Post, il Times Magazine e altre importanti testate statunitensi – racconterà l’artista – ma ho sempre sentito di essere pittore, fin da quando, da piccolo, vidi tra i libri di mio padre i dipinti di Caravaggio”. Dal 1967 si dedica interamente alla pittura e a distanza di dieci anni si trasferisce a San Patricio in New Mexico, affascinato dalla luce e dall’atmosfera delle aride colline della Hondo Valley. Poi il ritorno a New York. E ancora Parigi, Miami. Tra il 1999 e 2003 vivrà a Firenze per poi tornare a Miami, dove attualmente vive. “Larraz ama il blu delle profondità marine su cui salpano barche e navi, che aprono finestre verso orizzonti infiniti, si prestano a scenari per conversazioni d’affari o incontri galanti. Non è artista metropolitano, non rincorre il caos globale della città, ma spazi dove perdersi e mai più ritrovarsi” come scrive il curatore Luca Beatrice nel catalogo della mostra.
(red)
ALIGHIERO BOETTI AL MOMA DI NEW YORK
Al Moma di New York si tiene fino all’1 ottobre la prima grande mostra che gli Stati Uniti dedicano alla figura di Alighiero Boetti. Una retrospettiva completa, dal titolo “Game Plan”, che copre l’intera carriera dell’artista nato a Torino nel 1940 e morto a Roma nel 1994, che celebra il grande esponente italiano dell’Arte povera, la complessità concettuale e bellezza visiva del suo lavoro, attraverso circa 100 opere: dai primi oggetti scultorei, composti da materiali di ferramenta, bastoni di legno, cartone, e tubi in fibrocemento, al monumentale disegno a biro del 1973 “Mettere al mondo il mondo”, il cui titolo è una sintesi perfetta della visione di Boetti secondo cui l’artista, piuttosto che inventare, esprime semplicemente quanto già esiste nel suo lavoro, e tutto nel mondo gli è potenzialmente utile. E ancora: le buste inviate da Boetti, a partire dal 1969, ad amici, parenti e colleghi artisti ma che utilizzano indirizzi e luoghi immaginari. Una parte della mostra è dedicata ai suoi viaggi in Afghanistan, dove ha gestito il progetto artistico One Hotel dal 1971 fino all’invasione sovietica del 1979. Nella presentazione della mostra, resa possibile dal generoso sostegno di due donatori anonimi, la celebre istituzionale museale newyorkese definisce Boetti “uno degli artisti più importanti e influenti internazionali della sua generazione”. L’esposizione è organizzata in collaborazione con il Museo Reina Sofía di Madrid e la Tate Modern di Londra, dove la mostra è stata presentata in precedenza. Lavorando nella sua città natale di Torino nel 1960, tra una cerchia ristretta di artisti che comprendeva Luciano Fabro, Mario Merz, Giulio Paolini e Michelangelo Pistoletto, Boetti si afferma come uno degli artisti più importanti del movimento Arte Povera. (red)
