(13 set) – Il tasso di fecondità totale delle straniere è in rapida discesa da alcuni anni: dal 2.6 del 2004 è passato al 2.1 del 2011, contro un tasso delle italiane sostanzialmente fermo a 1.3 Le donne immigrate per lavoro, che rappresentano la maggioranza della popolazione femminile straniera di prima generazione (46,3%), sono caratterizzate da un ridotto numero di figli. Quelle tra loro che giungono in Italia senza figli, inoltre, tendono a ritardare la transizione alla maternità e con percorsi simili, pur se non identici nella cadenza e nell’intensità finale, a quelli delle donne italiane. Viene da pensare, scrive Livia Ortensi dell’Università di Milano Bicocca, che queste donne – per lo più badanti, domestiche e baby sitter – chiamate ad incarnare il vero welfare di sostegno alle donne italiane soffrano anch’essere e in maniera più grave degli stessi problemi di conciliazione delle loro datrici di lavoro. E forse anche di più, poiché spesso la loro famiglia è rimasta altrove. A dare il loro contributo alla fecondità, che tanto servirebbe all’Italia, rimangono così in prima linea le migranti familiari, che non si mettono in gioco sul mercato del lavoro, ma la cui fecondità finale, dopo la fiammata post migrazione segnalata dal tasso di fecondità totale del primo decennio degli anni 2000, non dovrebbe discostarsi troppo dai 2 figli per donna – perché questa è la fecondità realizzata dalle attuali straniere quarantenni, presenti in Italia e socializzate all’estero.
Fonte:
http://www.neodemos.it/index.php?file=onenews&form_id_notizia=631
