Al primo semestre 2012 la quota del lavoro immigrato sul totale è pari al 10% circa e si concentra soprattutto in alcuni settori: servizi collettivi e alla persona (37%), costruzioni (19,2%), agricoltura (13%), turismo (15,8%) e trasporto (11,7%). Le quote sono cresciute nell’ultimo quinquennio specialmente in agricoltura e nei trasporti dove il dato è quasi raddoppiato e nei servizi alla persona (in cui c’è la crescita maggiore in termini di valore assoluto). Oltre un terzo degli occupati immigrati svolge una professione non qualificata e circa il 60% è impiegato in una microimpresa (contro il 34% degli italiani), con tutto ciò che questo comporta in termini di nati-mortalità delle imprese, di rischio licenziamento, di accesso agli ammortizzatori sociali e di possibilità di sindacalizzazione. Per quanto concerne le modalità di accesso al lavoro il 64% lo fa attraverso la rete informale di parenti o amici (contro il 31% degli italiani). Sono alcuni dei dati presenti nella ricerca “Il mercato del lavoro immigrato negli anni della crisi” basato sui dati Istat del secondo trimestre 2012 che l’Ires-Cgil pubblicherà a novembre. Dal rapporto emerge che i lavoratori stranieri sono occupati, nella maggior parte dei casi come dipendenti (87%) e parzialmente come autonomi (11,8%). La componente dei collaboratori è assolutamente marginale (1,3%) anche se nel corso del quinquennio è cresciuta di oltre 50 punti percentuali. Anche il dato relativo ai lavoratori dipendenti va, però, letto alla luce di alcune specifiche considerazioni: se è vero, infatti, che nel periodo compreso tra il primo semestre del 2008 e quello del 2012 la variazione percentuale del numero di dipendenti è pari a +46,3%, va segnalato come gli occupati a tempo determinato siano cresciuti di circa il 67% e quelli con contratti a tempo parziale di circa 78 punti percentuali. Per quanto riguarda gli autonomi, poi, è interessante notare come oltre il 20% non abbia alcuna autonomia di orario. A questi dati va aggiunto, peraltro, che una stima sulla stipula di accordi verbali o informali (circa il 7,5% del totale dei dipendenti, con un’incidenza pari ad oltre il doppio della componente italiana) evidenzia una crescita di 24,6 punti percentuali dei rapporti di lavoro non formali. Complessivamente dal primo semestre 2008 a giugno 2012 il tasso di occupazione è calato di circa 2 punti percentuali passando dal 58,7% al 56,8% con una perdita di oltre 460 mila occupati. In particolare scomponendo il dato sulla base della cittadinanza possiamo verificare che la quota immigrata non comunitaria ha perso oltre 6,7 punti percentuali. Inoltre è interessante notare nel corso degli ultimi quattro anni anche gli immigrati comunitari stiano pagando un conto salato a causa della crisi economica (-3,8 p.p.). Anche rispetto al tasso di disoccupazione si assiste ad una forte sofferenza per la componente di lavoro immigrato. Se per gli italiani, infatti, il tasso di disoccupazione è passato dal 6,7% del I semestre 2008 al 10,3% del I semestre 2012 (+3,6 p.p.), per i lavoratori comunitari è cresciuto di 6,1 p.p. e per i non comunitari di 5,1 p.p. Peraltro è interessante notare come ad un parziale ridimensionamento dei tassi nel corso del 2011, sia seguito un anno in cui i tassi sono letteralmente schizzati verso l’alto facendo segnalare le peggiori performance del quinquennio di crisi. Tale dinamica dei tassi è dovuta, peraltro, alla diminuzione della popolazione italiana in età da lavoro ed al corrispondente aumento della popolazione straniera. Nell’ultimo quinquennio, in particolare, gli immigrati in età da lavoro sono cresciuti di oltre un milione e trecentomila unità con una variazione percentuale che ha visto aumentare gli occupati del 41,6% (667 mila in valore assoluto) e i disoccupati addirittura del 138,2% (227 mila in valore assoluto). (Red – 23 ott)