IL CONDOTTIERO, VIAGGIO ALLA SCOPERTA DELL’ARTE ATTRAVERSO IL FALSO
Gaspard Winckler, principe dei falsari, su commissione di Anatole Madera si dedica per mesi alla realizzazione di un falso Condottiero che competa in tutto e per tutto con quello del Louvre, dipinto da Antonello da Messina nel 1475. A un passo dal compimento, Winckler non riesce a portare a termine la sfida e assassina Madera. Perché? È questo il plot de “Il condottiero” (Voland; pp. 176; 15€; traduzione a cura di Ernesto Ferrero), un romanzo che come il Pierre Menard di Borges, descrive, in una trama che ha le movenze del poliziesco, l’esatto stato d’animo di chi concepisce un falso come un nuovo originale. Testo di Georges Perec fino ad oggi inedito, scritto tra il 1957 e il ’60 e miracolosamente ritrovato trent’anni dopo la morte dell’autore. Affascinante riflessione sull’arte per la capacità di raccontare che solo confrontandosi con il falso si possa arrivare alla conquista di una verità. (Naf)
IL DOLORE DI VETRO DI DEBORAH WILLIS
Vi è in ogni biografia un punto di rottura, un prima e un poi. Vi è in tutte le narrazioni una perdita di equilibrio: può accadere che qualcosa irrompa o che, come nel caso di queste 14 storie, svanisca. Come avviene a Nathan, scrittore di provincia che abbandona il suo scrittoio in soffitta, sceneggiature incompiute, domande irrisolte di chi è rimasto a casa. Così il cowboy lasciato dalla moglie viene sedotto da una ragazzina di città. Un dottore, dopo un grave lutto, si dà al black–jack. Un’indovina non riuscirà a prevedere il dolore della figlia. Che siano una gelataia con il viso coperto di lentiggini che porta il nome di Nina Simone, o l’insegnante di francese alla ricerca della libertà, i personaggi di “Svanire” (Del Vecchio; pp. 304; 13€) sono come ancorati a un evento incancellabile: un vuoto con il quale camminano, respirano, convivono. Deborah Willis, giovane talento della letteratura canadese, esplora l’assenza, le modalità con cui si abbandona o si è abbandonati e lo fa con economia di parole, nitidezza di immagini, controcampi e alternanza di punti di vista. Una scrittura sapiente e virtuosa, che racconta storie di rara intensità emotiva, non prive di humour nero. La traduzione è a cura di Paola Del Zoppo e Anna Baldini (PO / Naf)
DUE CHIACCHIERE E UNA BIRRA CON TOM WAITS
Tom Waits è un artista capace di fondere in una personale e raffinatissima idea di songwriting suggestioni poetiche e musicali molto distanti: la letteratura beat e il vaudeville, il folk e il blues, il jazz e la musica industriale. Con la sua voce rauca e cavernosa sa interpretare struggenti ballate d’amore e spericolati arrangiamenti rumoristi, raccontando con il candore di un Bukowski l’America dei desperados e degli ubriaconi del sabato sera, delle highway e delle tavole calde. Ma nei suoi testi, come nella sua inimitabile presenza scenica, scorre sempre anche una vena comica, quasi clownesca, che attinge a piene mani al nonsense, al surreale, al gioco di parole. “Il fantasma del sabato sera”, a cura di Paul Maher Jr. (Minimum Fax; pp. 350; 16€; traduzione italiana a cura di Claudia Durastanti) è una selezione di interviste che ripercorre la quarantennale carriera del musicista californiano, svelandone le passioni, le idiosincrasie, le fonti di ispirazione, le collaborazioni extra-musicali – sono celebri i suoi cameo come attore in film di culto quali America oggi di Robert Altman, Daunbailò e Coffee and Cigarettes di Jim Jarmusch, La leggenda del re pescatore di Terry Gilliam – e restituendo quella miscela di umorismo, visionarietà e disincanto così inconfondibilmente (e irresistibilmente) waitsiana. (Naf)
L’AFRICA SECONDO KAPUŚCIŃSKI: DIECI REPORTAGE NARRATIVI
In questi dieci reportage narrativi apparsi tra il 1962 e il 1966 sul settimanale “Polityka”, con l’occhio attento e la profondità di giudizio che gli sono propri Kapuściński descrive il periodo di rottura nella storia del continente: la nascita di nuovi Stati, i capi che li hanno guidati, la crisi dei primi sistemi politici e le storie della gente comune. Storico per formazione e per passione, Kapuściński ha osservato ogni cosa sul campo, rischiando talvolta la vita; e questo fa sì che, per quanto gli stessi eventi siano stati narrati da giornalisti di tutto il mondo, nessuno di loro abbia lasciato una testimonianza paragonabile. L’acutezza, la densità, la complessità delle analisi sono quelle che si ritroviano in “Ebano” e “La prima guerra del football”. Gli scritti contenuti in “Se tutta l’Africa” (Feltrinelli; pp. 288; 16€; traduzione italiana a cura di Vera Verdiani) continuano, a distanza di quarant’anni, ad essere fondamentali per chiarire i problemi dell’Africa e, per varie ragioni, restano una delle più importanti testimonianze mondiali della decolonizzazione africana. (Naf)
TRA NOIR E DRAMMA ESISTENZIALE: ANDERS BODELSEN ALLA RICERCA DELLA FELICITÀ
È il 1968, un’onda di sogni e contestazioni sta travolgendo la società, ma Flemming Borck la sua rivoluzione l’ha già fatta, quando per fuggire dalla mediocrità della sua vita di cassiere di banca ha ceduto alla tentazione di fregare un rapinatore e intascarsi il bottino. Mantenuta l’immagine di impiegato al di sopra di ogni sospetto, da allora la sua seconda vita è una spirale di ricatti, doppi giochi e maldestri inseguimenti, che lo ha portato dai gelidi inverni danesi alle torride spiagge della Tunisia, e lo ha trasformato, un po’ per errore un po’ per necessità, in un assassino. Perché Borck è tenuto in scacco dal folle Sorgenfrey, il bandito visionario che ha lasciato a bocca asciutta, e dalla sua compagna Alice, gelida truffatrice giramondo. E in un’inevitabile resa dei conti con il crimine e i propri rimorsi, si troverà a dover salvare non solo la propria pelle ma anche quella di un innocente bambino, emblema della rifiutata normalità che è ora il suo sogno di liberazione. Sullo sfondo di un’avventura all’ultimo respiro che ha la patina originale del poliziesco anni sessanta, l’ironia sottile di “La borsa e la vita” (Iperborea; pp. 216; 15,50€; traduzione italiana a cura di Karen Tagliaferri) scritto da Anders Bodelsen, autore danese classe 1937, indaga l’eterno interrogativo dell’individuo di fronte alla sua coscienza e alla società: cosa saremmo disposti a fare per cambiare la nostra vita? (Naf)
