Il suo talento era esploso con il teatro, il suo volto e la sua voce sono diventati popolari con il cinema, ma non è stata dimenticata dalla gente nemmeno quando ha fatto marcia indietro, tornando a preferire i palcoscenici ai set, il corpo alla pellicola. Mariangela Melato ha lottato e lavorato fino alla fine, poi stamattina non ce l’ha fatta più: il tumore al pancreas che da anni l’affliggeva ha dato una tinta finale da tragedia ad una vita che è stata una commedia intensa, poliedrica e brillante come lei. All’Italia lascia film, spettacoli, interpretazioni, il rimpianto e gli apprezzamenti di chi l’ha scoperta, affiancata, ammirata. Come quelli di Dario Fo, per esempio, che per primo le concedette una ribalta importante con “Settimo: ruba un po’ meno” e “La colpa è sempre del diavolo” nella prima metà degli anni Sessanta: “La scelse Franca (Rame, la moglie, ndr) rimase impressionata durante un provino, e siamo sempre stati contenti di aver scoperto un grande personaggio”. Consacrata sulle scene con “L’Orlando Furioso” di Ronconi e “Alleluja brava gente” di Garinei e Giovannini, dove si scopre anche ottima ballerina, esordisce al cinema grazie alla regia di Pupi Avati, che la guida in “Thomas e gli indemoniati” nel 1969: “Provai un brivido a sentirla recitare quelle battute che le affidai – dice ricordandola l’artista emiliano – Capimmo subito che eravamo davanti ad una grande attrice, a qualcosa di speciale”. E’ l’inizio di una grande carriera, che la vede protagonista di grandi interpretazioni in “Per grazia ricevuta” di Nino Manfredi, “La classe operaia va in paradiso” di Elio Petri, “Mimì metallurgico ferito nell’onore” di Lina Wertmüller, “Lo chiameremo Andrea”, regia di Vittorio De Sica, “Casotto” di Sergio Citti, ma soprattutto l’indimenticabile “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto” insieme a Giancarlo Giannini in cui si rinnova il ticket con la Wertmüller. (Sis – 11 gen)
