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ADDIO AD ANDREOTTI, UNA VITA AL POTERE

it@withub.it by it@withub.it
6 Maggio 2013
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E’ stato l’unico ad aver partecipato, fatta eccezione per il Napolitano bis, a tutte le elezioni dei presidenti della Repubblica. Basta questo dato per capire come non si dica tanto per dire che Giulio Andreotti abbia animato, quasi sempre con il ruolo di protagonista, la storia italiana nella seconda metà del Novecento. E se, nato a Roma il 14 gennaio del 1919, è arrivato alla veneranda età di 94 anni, vuol dire che ha finito per inverare il suo celebre motto “il potere logora chi non ce l’ha”. Il “Divo Giulio” o “Belzebù”, tra gli appellativi che gli sono stati affibbiati privilegiando le luci o le ombre del suo cammino politico e umano, si è spento ieri mattina poco prima delle 12.30 nella su abitazione romana. Un anno fa, il 3 maggio 2012, era stato ricoverato al Policlinico Gemelli a causa di una crisi respiratoria. Niente funerali di Stato: le esequie saranno celebrate oggi presso la chiesa di San Giovanni dei Fiorentini a Roma, dove l’ex senatore a vita era solito recarsi a messa. Senatore a vita dal 1991, ha ricoperto più volte numerosi incarichi di governo: sette volte presidente del Consiglio; otto volte ministro della Difesa; cinque volte ministro degli Esteri; tre volte ministro delle Partecipazioni statali; due volte ministro delle Finanze, ministro del Bilancio e ministro dell’Industria; una volta ministro del Tesoro, ministro dell’Interno, ministro dei Beni culturali (ad interim) e ministro delle Politiche comunitarie. E’ sempre stato presente dal 1945 in poi nelle assemblee legislative italiane: dalla Consulta nazionale all’Assemblea costituente, e poi nel Parlamento italiano dal 1948, come deputato fino al 1991 e successivamente come senatore a vita. Accompagnato in questo lungo percorso da Livia Danese, sposata nel 1945. Dal 1947 al 1954 è stato sottosegretario alla presidenza del Consiglio con Alcide De Gasperi, nel 1954 diventa per la prima volta ministro, al Viminale, nel primo governo Fanfani. Vive da premier le fasi più drammatiche della nostra storia, come il rapimento e l’uccisione del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro, essendo dal 1976 al 1979 presidente del Consiglio nei tre governi di solidarietà nazionale. Sempre a Palazzo Chigi trascorre il crepuscolo della Prima Repubblica, dal 1989 al 1992. “A parte le guerre puniche, mi viene attribuito di tutto” disse riferendosi alle accuse che gli sono state rivolte, come quelle di essere il mandante dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli e di collusioni con la mafia. Nel primo caso, secondo la magistratura inquirente Andreotti commissionò l’omicidio del direttore di OP, Osservatorio politico, avvenuto nel 1979: in primo grado la Corte d’assise di Perugia lo assolse, poi la Corte di appello ribaltò la sentenza e Andreotti e Gaetano Badalamenti furono condannati a 24 anni di carcere come mandanti dell’omicidio. Infine, nel 2003 la sentenza di appello venne annullata dalla Cassazione senza rinvio, confermando in via definitiva l’assoluzione di primo grado. Per quanto riguarda i presunti rapporti di collusione con la mafia, Andreotti venne processato a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa ed assolto in primo grado. La sentenza di appello, emessa nel 2003, confermò l’assoluzione ma distinse tra i fatti precedenti e successivi alla primavera del 1980, stabilendo che per i primi sussiste il reato (che viene però estinto per prescrizione) mentre per i secondi Andreotti venne assolto. Un figura e un percorso complessi, quelli del Divo Giulio, su cui gli storici avranno ancora e a lungo molto da lavorare, come sottolinea anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel suo messaggio di cordoglio. (Roc – 7 mag)

 

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