PER LA PRIMA VOLTA INSIEME LE “VENERI” DI MANET E TIZIANO
“Manet. Ritorno a Venezia”, la mostra che la Fondazione Musei Civici di Venezia ospita fino al 18 agosto nelle monumentali sale di Palazzo Ducale, progettata con la collaborazione speciale del Musée D’Orsay di Parigi e coprodotta con 24Ore Cultura Gruppo 24 Ore, mette in luce il rapporto stringente di Manet con l’Italia e la città lagunare attraverso un corpus straordinario di opere e confronti mai prima d’ora resi possibili. Sarà emozionante vedere riunite, in particolare, la dirompente Olympia di Manet (1867) – opera che lascia per la prima volta la Francia – e la sublime Venere di Urbino di Tiziano (1538) prestata eccezionalmente dalla Galleria degli Uffizi: il dipinto che l’artista ammirò a Firenze e da cui trasse ispirazione per raffigurare la sua sfrontata “femme de plaisir”. Un confronto “storico” tra due diverse “modernità”, tra due icone dell’arte universale. L’itinerario dell’esposizione, che percorre, attraverso grandi capolavori come Le fifre (1866), La lecture (1865-73), Le balcon (1869), Portrait de Mallarmé (1876 ca.), tutta la vita artistica di Manet, si apre con una serie di libere interpretazioni di antichi dipinti, affreschi e sculture che Manet vide durante i suoi due primi viaggi in Italia, nel 1853 e nel 1857. Immediata risplende l’influenza veneziana, inseparabile dall’audacia con la quale il pittore sonda le istanze contemporanee e si defila dalle convenzioni accademiche. Le sue silenti Nature morte, dietro alla fedeltà alle formule olandesi, riservano molte sorprese che non solo rimandano alla tradizione nordica, ma sembrano anche ispirarsi a un vigore cromatico e costruttivo tutto italiano. Se Le Déjeuner sur l’herbe e l’Olympia (1863) sono chiaramente variazioni da Tiziano e due splendide testimonianze della relazione di Manet con l’arte italiana, ancora molti sono gli esempi della profonda conoscenza dell’eredità di Venezia, Firenze e Roma, da parte del grande pittore, che la mostra saprà svelare. (red)
A MILANO I RITRATTI DI FELIX NADAR
La “somiglianza intima”, questo il vero obbiettivo di Felix Nadar, maestro della nascente fotografia ed un poliedrico indagatore della natura umana. I suoi ritratti – una galleria dei quali è esposta fino al 26 luglio alla Galleria Ca’ di Fra’ di Milano nella mostra “Atelier Nadar” – sono non solo personaggi del quotidiano vivere, ma veri caratteri, personalità immortalate nel Tempo, nel loro essere più intimo e nascosto, indipendentemente e nonostante la loro stessa volontà di svelarsi. Gaspar-Fèlix Tournachon, Nadar solo dal 1838, fu critico teatrale, giornalista, caricaturista di successo ed uno tra i fotografi più importanti del suo tempo. I suoi primi scatti risalgono al 1853. Divenne presto una celebrità tra le celebrità ritratte (Baudelaire, Victor Hugo, Doré, Rossini, Champfleury, Delacroix, Berlioz). L’Atelier Nadar, al n. 35 di Boulevard des Capucines dal 1860, si trovava a pochi passi dal luogo dove si sarebbe svolta, qualche anno più tardi (1895), la prima proiezione dei fratelli Lumière. L’ Atelier vide, in tempi diversi, la partecipazione di Felix, Adien e Paul Nadar (quest’ ultimo direttore dal 1886). Ca’ di Fra’ propone la mostra “Atelier Nadar “ roprio a sottolineare l’ importanza del lavoro svolto da questa famiglia di pionieri della fotografia. (red)
L’“AUTO” E IL “SOTTOMARINO” DI LEONARDO
Fino al 31 luglio, in Piazza della Scala a Milano, fa tappa la mostra interattiva e multidisciplinare dedicata a Leonardo artista e ingegnere e alle sue macchine ingegnose. L’esposizione “Il Mondo di Leonardo”, organizzata dal centro studi Leonardo3 di Milano. Leonardo lasciò 120 volumi, molti sono stati perduti, rimangono comunque 5 mila pagine, la maggior parte delle quali contengono disegni ancora da interpretare. E la mostra indaga il lavoro di Leonardo come “ingegnere”, oltre che “artista”, facendo comprendere i suoi scritti, i suoi progetti e gli studi per le macchine, le sue metodologie. Dal momento che Leonardo è stato un grande artista non mancano comunque in mostra importanti spazi per numerosi dei suoi disegni artistici oltre che per due delle sue più importanti creazioni, realizzate proprio a Milano: l’Ultima Cena e il Monumento equestre a Francesco Sforza. Presentate oltre 200 macchine interattive, oltre a modelli fisici, molti inediti e mai ricostruiti dopo Leonardo, realizzati nel rigoroso rispetto del progetto originale, che si ritrova nelle migliaia di pagine, appunti e disegni contenuti nei più importanti manoscritti arrivati fino ai nostri giorni: il Manoscritto B, il Codice del Volo e il Codice Atlantico. Dallo studio di quest’ultimi sono state ricreate macchine suggestive, che saranno presenti in mostra: la Clavi-Viola, il Leone Meccanico, l’Automobile-Robot, il Cavaliere-Robot, la Bombarda multipla, e molte altre. Tra le anteprime mondiali verranno svelati per la prima volta pubblico le ricostruzioni inedite di Sottomarino Meccanico, Macchina del Tempo, Macchina Volante di Milano, Cubo Magico e Libellula Meccanica. Tutta la mostra è caratterizzata da esperienze interattive in 3D per il pubblico, tra le quali anche le anteprime del Codice Atlantico in edizione completa, con oltre 1100 fogli consultabili digitalmente. La mostra consente così di vivere in prima persona la costruzione della Macchina Volante di Milano e della torre più alta del mondo prevista al Castello Sforzesco. Al Cavallo gigante, ovvero Il Monumento a Francesco Sforza, è dedicata una stazione che svela anche come avrebbe potuto essere il monumento completo. I visitatori possono sfogliare i contenuti dei fogli di Leonardo e vivere esperienze interattive, alcune destinate espressamente ai più piccoli. Inoltre il restauro digitale dell’Ultima Cena consente per la prima volta dai tempi di Leonardo di scoprire i particolari e i colori ormai perduti per sempre del celebre dipinto. (red)
A PARIGI OMAGGIO AD AFRO
La Galleria Jean-Francois Cazeau di Parigi presenta fino al 31 luglio una mostra dedicata ad uno tra gli artisti italiani tra i più importanti del 20esimo secolo, Afro Basaldella, detto Afro (1912 – 1976). L’esposizione, che raccoglie circa 40 opere su carta e su tela eseguite tra il 1947 ed il 1975, riflette le tappe essenziali della carriera dell’artista e rivela la “glorificazione gioiosa della luce e della vita” caratteristica del suo lavoro, secondo la definizione che ne aveva dato James J. Sweeney, ex direttore del Museo Guggenheim di New York durante gli anni Cinquanta e forte sostenitore dell’ artista. Nato nel 1912 a Udine, fratello di Mirko e Dino, che diventeranno celebri scultori, nel 1937 Afro si reca a Parigi e ha la rivelazione del cubismo. L’influenza di Picasso e Braque determinerà la sua evoluzione verso l’astrattismo. Si stabilisce a Roma nel 1938 e aderisce nel 1947 al Fronte Nuovo della Arti. Una svolta decisiva per la sua carriera avviene quando partecipa nel 1949 all’esposizione XX Century Italian Art al Moma di New York e, nel 1950, effettua il suo primo soggiorno americano dove viene fortemente segnato dalla scoperta di Arshile Gorky e dell’Action Painting di Franz Kline, Cy Twombly e Williem de Kooning. Ad una meditazione sul cubismo e sulla metafisica di De Chirico, succede un’ interpretazione più diluita dello spazio, che non è altro che “lo spessore della memoria”. La geometria rigorosa e i contorni segnati lasciano spazio a linee calligrafiche e a sfondi colorati più ampi. Privata di forma riconoscibile, l’immagine si dematerializza poco a poco. I colori diventano più intensi ed il caos generato da pennellate vivaci e da linee intervallate crea un nuovo spazio emotivo – una pittura che tende a evocare dei sentimenti e a creare degli oggetti fisici attraverso l’uso dello spirito dove il colore, “veneziano” per intima vocazione, tiene più il tono che il timbro, e si distende, fluido, sulla superficie della tela. Nel 1952, Afro aderisce al Gruppo degli Otto assieme a Birolli, Corpora, Moreni, Morlotti, Santomaso, Turcato e Vedova. Nel 1955, partecipa all’esposizione The New Decade, organizzata dal Moma di New York e, nel 1956, si vede conferire il premio di miglior pittore italiano alla Biennale di Venezia. Nel 1958, è invitato a partecipare, assieme a Pablo Picasso, Hans Arp, Alexander Calder e Joan Miro, alla decorazione murale dell’Unesco a Parigi. Esegue il capolavoro “Il giardino della speranza”, immensa tela in cui le forme e i colori si estendono su un’ampia linea orizzontale. Nel 1969, gli è dedicata un’importante esposizione retrospettiva di più di duecento opere presso la Kunsthalle di Darmstadt. Nel 1973 si stabilisce a Zurigo, dove muore tre anni più tardi. (red)
LE “WHITE WOMEN” DI HELMUT NEWTON
Roma, 21 giu – Dopo il Museum of Fine Arts di Houston e il Museum fur Fotografie di Berlino, il Palazzo delle Esposizioni di Roma accoglie fino al 21 luglio, per la sua unica tappa italiana, la mostra “White Women, Sleepless Nights, Big Nudes” che presenta 200 immagini di Helmut Newton, uno dei fotografi più emblematici del ‘900. Questo progetto, nato nel 2011 per impulso di June Newton, vedova del grande fotografo, raccoglie le immagini dei primi tre libri di Newton pubblicati alla fine degli anni ‘70, da cui deriva il titolo della mostra. In White Women del 1976 Newton porta il nudo all’interno del mondo della moda, ottenendo immagini così sorprendenti e provocanti che rivoluzionano lo stesso concetto di fotografia di moda e diventano testimonianza della trasformazione del ruolo della donna nella società occidentale. Anche Sleepless Nights, del 1978, è incentrato sulle donne, sui loro corpi, sugli abiti ma, conduce a una visione che trasforma le immagini da foto di moda a ritratti, e da ritratti a reportage da scena del crimine. È un volume a carattere più retrospettivo che raccoglie in un’unica pubblicazione i lavori realizzati da Newton per diversi magazine (Vogue, tra tutti) ed è quello che definisce il suo stile rendendolo un’icona della fashion photography. Le sue modelle vengono ritratte sistematicamente fuori dallo studio, in strada, spesso in atteggiamenti sensuali, a suggerire un uso della fotografia di moda come puro pretesto per realizzare qualcosa di totalmente differente e molto personale. E’ con la pubblicazione di Big Nudes avvenuta nel 1981 che raggiunge il ruolo di protagonista nella fotografia del secondo Novecento. Qui inaugura una nuova dimensione, quella delle gigantografie che entrano nelle gallerie e nei musei di tutto il mondo. Tra i tanti ritratti spiccano quelle di Andy Warhol colto nella stessa posizione di una statua della Madonna fotografata in una chiesa toscana; di Nastassia Kinsky che abbraccia una bambola dalle sembianze di Marlene Dietrich. E ancora la fotografia della donna al cimitero del Père Lachaise di Parigi e la sequenza delle donne imprigionate da protesi. (red)