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A Genova le foto di geishe e samurai

it@withub.it by it@withub.it
28 Giugno 2013
in Archivio speciali - Mostre
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A GENOVA LE FOTO DI GEISHE E SAMURAI

Fino al 25 agosto Palazzo Ducale di Genova ospita la mostra “Geishe e Samurai. Esotismo e fotografia nel Giappone del ‘800” che presenta 125 stampe fotografiche originali realizzate dai grandi interpreti giapponesi ed europei di quest’arte, agli albori della storia della fotografia, fra il 1860 e i primissimi anni del Novecento. Curatori sono Marco Fagioli e Francesco Paolo Campione, direttore del Museo delle Culture di Lugano, che conserva un archivio composto da di oltre 5.200 fotografie all’albumina colorate a mano, per metà circa contenute all’interno di oltre 90 coevi album-souvenir racchiusi da coperte splendidamente decorate da maestri dell’arte giapponese della lacca. Si tratta di una delle maggiori collezioni del genere esistenti al mondo. Raccolta con erudita passione da Marco Fagioli a partire dal 1973, la collezione è stata interamente acquisita nel 2012 dalla Fondazione ‘Ada Ceschin Pilone’ di Zurigo che l’ha destinata in comodato permanente al Museo delle Culture di Lugano. Il percorso espositivo indaga il contesto paesaggistico e culturale in cui è costruita l’idea di ineffabile perfezione, in cui si muovono i protagonisti, uomini e donne, della fotografia giapponese dell’Ottocento, quindi l’universo maschile, fatto di uomini e bambini ritratti nelle loro attività di tutti i giorni. Chiudono la mostra le due sezioni dedicate agli eroi dell’ultraesotico, con i ritratti di alcuni dei personaggi tipici della cultura giapponese del tempo (sàmurai, kendoka, lottatori di sumo, tatuati), affiancati da venti rare carte da visita che ritraggono attori del teatro kabuki, e alle città senza notte, sul tema e sulla realtà storica delle donne di piacere. A realizzare tali capolavori furono artisti europei e giapponesi che risposero, innanzi tutto, al bisogno dei viaggiatori occidentali di portare con sé il ricordo di un paese che appariva loro per molti versi straordinario, nel momento irripetibile in cui la modernizzazione forzata dell’epoca Meiji (1868-1912) trasformava, a vista d’occhio, un mondo sostanzialmente medievale in una moderna nazione industriale. (red)

 

A SIENA IL SAN GIOVANNI BATTISTA DI CARAVAGGIO

Fino al 18 agosto è possibile ammirare, nella cripta sotto il Duomo di Siena, un capolavoro dell’arte italiana, il San Giovanni Battista di Caravaggio, proveniente dalla Pinacoteca Capitolina di Roma. Il dipinto si trova in Campidoglio dal 1750. Caravaggio dipinge il San Giovanni Battista nel 1602 probabilmente per Ciriaco Mattei, una delle figure più in vista della società romana del tempo; il soggetto del dipinto è un chiaro riferimento  al nome del figlio di Ciriaco, Giovanni Battista. Destinato dunque agli ambienti privati del palazzo Mattei e non ad un luogo di culto, il San Giovanni Battista è una profonda sintesi delle meditazioni di Caravaggio sulla pittura sacra. Per questo motivo il pittore usa, come modello compositivo per il Battista, uno dei bellissimi nudi affrescati da Michelangelo nella volta della Cappella Sistina. Nell’occasione è stato organizzato, all’interno del complesso monumentale dell’Opera del Duomo, un percorso sul tema del Battesimo di Gesù a partire dal Battistero, attraversando la cripta, fino alla cattedrale ove si conserva, nella omonima cappella, la celebre scultura del Battista di  Donatello. Alcuni studi condotti dalla critica più recente, sulla scorta di precise testimonianze documentarie, hanno evidenziato una serie di rapporti tra la figura del Caravaggio e Siena. Il tramite di tale relazione è costituito dal senese Giulio Mancini, archiatra pontificio. Al di là della sua professione egli fu mercante e amatore di opere d’arte ed ebbe una particolare venerazione per i capolavori caravaggeschi. La collezione di Mancini dovette svolgere un ruolo di primo piano per Siena, in quanto egli, pur vivendo a Roma, conservava i dipinti più pregiati nella città natale ove potevano essere esibiti ai pittori locali che furono fortemente influenzati dal caravaggismo. In questa prospettiva, nel percorso espositivo sono evidenziati, anche attraverso sistemi multimediali, i rapporti tra la pittura senese e il caravaggismo. (Red)

 

A FIRENZE “LA “PRIMAVERA DEL RINASCIMENTO”

La mostra “La primavera del Rinascimento”, da oggi al 18 agosto a Palazzo Strozzi, a Firenze, si propone di illustrare, in sezioni tematiche, la genesi di quello che ancora oggi si definisce il “miracolo” del Rinascimento a Firenze, soprattutto attraverso capolavori di scultura: l’arte che per prima se ne è fatta interprete. L’esposizione si apre con una suggestiva panoramica attorno alla riscoperta dell’Antico, attraverso esempi illustri della “rinascita” fra Due e Trecento, con opere di Nicola e Giovanni Pisano, Arnolfo, Giotto, Tino di Camaino e dei loro successori, che assimilano anche la ricchezza espressiva del Gotico, in particolare di origine francese. L’“età nuova” si apre assieme al nuovo secolo: con i due rilievi del Sacrificio di Isacco di Lorenzo Ghiberti e Filippo Brunelleschi per la Porta del Battistero (dal Bargello), e con il modello della Cupola brunelleschiana (dal Museo di Santa Maria del Fiore), che riassumono al più alto vertice espressivo il momento fondante del primo Rinascimento. In quegli anni, i successi politici della Repubblica fiorentina, la sua potenza economica e la pace sociale diffondono attraverso gli scritti di grandi umanisti il mito di Firenze come erede della repubblica romana e come modello per gli altri stati italiani. La scultura pubblica monumentale, attraverso i capolavori di Donatello, Ghiberti, Nanni di Banco, Michelozzo realizzati per i grandi cantieri della città – la Cattedrale, il Campanile, Orsanmichele – è la prima e più alta testimonianza della creazione di un nuovo stile, di questa trasformazione in atto e dell’esaltazione di Firenze e della sua civiltà. La scultura, e in particolare la statuaria, eserciterà perciò una profonda influenza sulla pittura dei massimi artisti del tempo come Masaccio, Paolo Uccello, Andrea del Castagno, Filippo Lippi. L’esposizione illustra inoltre altri temi significativi dell’antichità classica che, attraverso la scultura specialmente donatelliana, vennero assimilati e trasformati nel nuovo linguaggio rinascimentale. Le ricerche di uno spazio “razionale” e l’invenzione della prospettiva brunelleschiana, trovano proprio nella scultura le loro formulazioni più avanzate – in particolare, nei bassorilievi donatelliani, come la predella del San Giorgio, dal Bargello, e il Banchetto di Erode dal Museo di Lille – con un seguito che tocca la metà del secolo in opere di Desiderio da Settignano o di Agostino di Duccio, a confronto con la pittura, anche antica. (red)

 

A PARIGI LA PRIMA MOSTRA FRANCESE SUL VETRO DI MURANO

Per la prima volta in Francia, una mostra presenta la straordinaria avventura del vetro a Murano. La mostra “Murano – Fragile”, fino al 28 luglio al Musee Maillol di Parigi, ripercorre sette secoli di intensa creatività, dalla metà del 15.mo secolo ai nostri giorni, con la presentazione di oltre 200 pezzi – bicchieri, decanter, centrotavola, oggetti preziosi -, mai o solo raramente esposti, provenienti da collezioni pubbliche e private. Si va dagli oggetti realizzati per le grandi famiglie e le corti europee del Rinascimento alle stravaganti creazioni barocche, dalla art decò del 1920 al modernismo degli anni ’50 ed alle opere contemporanee del movimento Studio Glass, che prende il vetro come suo unico modo di espressione. Una sezione speciale si concentra sugli artisti internazionali che sono giunti nell’isola veneziana dal 1950 per lavorare con i maestri vetrai, come Arp, César e Fontana. (red)

 

I QUADRI SPECCHIANTI DI PISTOLETTO

La mostra “Riflettiamoci”, fino al 26 luglio allo Studio Guastalla di Milano, presenta una selezione di circa 25 opere, seguendo un percorso cronologico che arriva al presente partendo dal 1962, anno in cui Michelangelo Pistoletto mette a punto la tecnica dei quadri specchianti: una lastra di acciaio inox lucidato a specchio, sulla quale è applicata un’immagine ottenuta mediante una tecnica di riporto fotografico, consistente nel ricalcare una fotografia, ingrandita a dimensioni reali, a punta di pennello, su carta velina (a partire dal 1971 la velina dipinta sarà sostituita da un processo serigrafico di riproduzione dell’immagine fotografica). I quadri specchianti sono l’approdo di un processo di formazione in cui Pistoletto si interroga, negli anni ‘50, agli inizi della sua carriera, sul conflitto tra astrazione e figurazione, che all’epoca animava il dibattito sull’arte. Come racconta lo stesso artista, sono due le opere, un dipinto e un film, che lo influenzano in modo determinante: la “Flagellazione” di Piero della Francesca e “L’avventura” di Antonioni, entrambe punto di convergenza tra astrazione e figurazione, sintesi di luce e immagini. Ed è a partire dalla ricerca sul rapporto tra il soggetto e lo spazio circostante, tra figura e sfondo che Pistoletto arriva all’idea delle superfici specchianti. Nel 1961 avviene infine la svolta che porta ai quadri specchianti. Su una tela dipinta di nero stende uno spesso strato di vernice trasparente. Apprestatosi a dipingervi il suo volto, si accorge improvvisamente di potersi specchiare direttamente sulla tela, senza più bisogno di usare uno specchio per osservarsi. ““Quando nel 1961, su un fondo nero, verniciato fino a diventare specchiante, ho cominciato a dipingere il mio viso, l’ho visto venirmi incontro, staccandosi nello spazio di un ambiente in cui tutto si muoveva, e ne sono rimasto scioccato” racconta lo stesso Pistoletto. (red)

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