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Barreau racconta il cinema e l’amore a Parigi

it@withub.it by it@withub.it
11 Ottobre 2013
in Archivio speciali - Libri
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NICOLAS BARREAU RACCONTA IL CINEMA E L’AMORE A PARIGI

“Una sera a Parigi” (Feltrinelli, pp. 256, 15 euro, traduzione di Monica Pesetti) è il nuovo romanzo di Nicolas Barreau. In una piccola strada di Parigi, percorrendo rue Bonaparte fino a scorgere la Senna e girando due volte l’angolo, si trova un luogo incantato: il Cinéma Paradis. È questo il regno di Alain Bonnard, l’appassionato e nostalgico proprietario del locale. Ed è qui che ogni mercoledì, al secondo spettacolo, va in scena Les amours au Paradis, una rassegna dei migliori film d’amore del passato. In quelle sere il Cinéma Paradis è avvolto da una magia particolare: regala sogni, come recita il poster appeso in biglietteria, sopra alla cassa antiquata. La piccola folla di habitué si abbandona volentieri sulle vecchie poltroncine di velluto per farsi rapire dal fascino del grande schermo. Ma da quando al secondo spettacolo partecipa anche una certa ragazza, è Alain a sognare più di tutti. Cappotto rosso, sorriso timido, siede sempre nella stessa fila, la numero diciassette. Poi, non appena in sala si riaccendono le luci, si allontana solitaria nella notte parigina. Chi è? E qual è la sua storia? Finalmente Alain trova il coraggio di invitarla a cena. È una serata perfetta e in più, poco dopo, accade un altro fatto eccezionale: un famoso regista americano annuncia di voler girare il suo prossimo film proprio dentro al Paradis, con protagonista la bellissima e inavvicinabile Solène Avril. Non solo Alain potrà conoscere una vera star, ma all’improvviso il minuscolo cinema, in perenne lotta per la sopravvivenza, registra ogni sera il tutto esaurito. Alain è fuori di sé dalla gioia. C’è solo una cosa che lo preoccupa: proprio quando va tutto a gonfie vele, la misteriosa ragazza con il cappotto rosso sembra scomparsa dalla faccia della terra. Che sia solo una coincidenza? (Sip)

 “CHI SE NE FREGA DELLA MUSICA?” A SPIEGARLO E’ ENRICO DEREGIBUS

È uscito il libro di Enrico Deregibus “Chi se ne frega della musica? – Percorsi nella musica in Italia in compagnia di Gianluca Morozzi” (NdA Press, pp. 300, 15 euro), una ricognizione sulla musica di oggi in Italia attraverso una serie di squarci su artisti, dischi, festival, concerti, addetti ai lavori degli ultimi 20 anni. Il volume raccoglie vari scritti su artisti e temi di musica italiana, che spaziano in tanti generi. Il tutto partendo da alcune domande: si possono mettere in gioco venti anni e più di musica in Italia? Senza paletti di generi, senza soggezioni, senza tifoserie? Con ironia e affetto? Ci ha provato l’autore, uno dei più apprezzati giornalisti musicali italiani, che guida il lettore attraverso un percorso in compagnia dello scrittore Gianluca Morozzi, in un inedito e originale controcanto di storie e parole. Il risultato è un puzzle variopinto, composto da molti pezzi che ci si può divertire a mettere insieme a proprio piacimento. I nomi? Tanti. Dai grandi cantautori come Conte, De Gregori, Endrigo, Fossati, Gaber, Jannacci, Silvestri, Tenco, agli artisti nuovi come Brunori Sas, Dente, Luci Della Centrale Elettrica, Offlaga Disco Pax, Teatro Degli Orrori, Zen Circus. Ritratti di case discografiche, festival, operatori culturali, appunti su quello che ruota o ha ruotato attorno alla musica nel nostro Paese. Ed altro ancora. Dopo le presentazioni del 28 settembre a Faenza nell’ambito del Mei e del 5 ottobre a Sanremo nell’ambito del Premio Tenco, tanti gli appuntamenti da segnare sul calendario, tra cui il 26 ottobre ad Aversa, il 30 ottobre a Roma e il 23 novembre a Cagliari. (Sip)

DACIA MARAINI TRACCIA IL RITRATTO DI CHIARA D’ASSISI

Chiara ha appena dodici anni quando vede “il matto” di Assisi spogliarsi davanti al vescovo e alla città. È bella, nobile e destinata a un ottimo matrimonio, ma quel giorno la sua vita si accende del fuoco della chiamata: seguirà lo scandaloso trentenne dalle orecchie a sventola e si ritirerà dal mondo per abbracciare, nella solitudine di un’esistenza quasi carceraria, la povertà e la libertà di non possedere. Sta tutta qui la disobbedienza di Chiara, in questo strappo creativo alle convenzioni di un’epoca declinata al maschile. Perché, ieri come oggi, avere coraggio significa per una donna pensare e scegliere con la propria testa, anche attraverso un silenzio nutrito di idee. In questo racconto, “Chiara di Assisi. Elogio della disobbedienza” (Rizzoli, pp. 256,17,50 euro), che a volte si fa scontro appassionato, segnato da sogni e continue domande, Dacia Maraini traccia per noi il ritratto vivido di una Chiara che prima è donna, poi santa dal corpo tormentato ma felice: una creatura che ha saputo dare vita a un linguaggio rivoluzionario e superare le regole del suo tempo per seguirne una, la sua. La storia di un incontro, questo libro intimo e provocatorio: tra una grande scrittrice che ha fatto della parola il proprio strumento per raccontare la realtà e una donna intelligente e volitiva a cui la parola è stata negata. Non potrebbero essere più diverse, Dacia Maraini e Chiara di Assisi, la santa che nella grande storia scritta dagli uomini ha sempre vissuto all’ombra di Francesco. Eppure sono indissolubilmente legate dal bisogno di esprimere sempre la propria voce. (Sip)

 “NON TUTTI GLI UOMINI VENGONO PER NUOCERE”

Avete presente quei momenti della vita in cui qualcosa inizia a non funzionare, e in un attimo sembra trascinarsi dietro tutto il resto? Ecco, prendete Cristina: per una diabolica serie di coincidenze nel giro di ventiquattr’ore perde il lavoro, la casa e il fidanzato. E se pure non c’è dubbio che certi fidanzati sia meglio perderli che trovarli, scovarne uno decente dopo i trent’anni sembra un’impresa più disperata che cercare un lavoro. Così Cristina si ritrova a vivere con il fratello e i genitori – che da quarant’anni si amano pazzamente e si chiamano fra loro “Cip” e “Ciccetta” -, a dover fare “l’inviata imbranata” in una trasmissione televisiva in diretta nazionale e, come se non bastasse, a scoprire che il giovane medico del pronto soccorso che sin dal primo incontro l’ha folgorata è una meta irraggiungibile. Nemmeno i consigli di Carlotta, l’amica maestra di yoga e dispensatrice di amorevole saggezza, riescono a impedire che Cristina perda definitivamente il baricentro, infilandosi in una serie di situazioni sempre più complicate. Ma la realtà non è mai come sembra, e la vita le riserva ancora molte, moltissime sorprese. Perché spesso è necessario andare a sbattere contro il muro delle proprie ambizioni, perdersi nella selva delle proprie paure, fermarsi a riprendere fiato, per scoprire che la felicità è nascosta dove non la andremmo mai a cercare. Solo abbandonando ogni certezza si impara a cavalcare l’onda, anziché farsene travolgere. Tutto questo è “Non tutti gli uomini vengono per nuocere” (Mondadori, pp. 360, 17 euro) di Federica Bosco. (Sip)

 “L’IMPORTANZA DEI LUOGHI COMUNI” DI MARCELLO FOIS

Esiste un punto, “certo difficile da trovare, ma che vale la pena cercare”, in cui convergono le ipotesi più inconciliabili. È lì che – secondo quella che la fisica teorica chiama “teoria generale del Tutto” – risiederebbe la spiegazione dell’universo. Per Alessandra e Marinella, gemelle di quarantotto anni cui la vita ha riservato strade molto diverse, quel luogo è la casa del padre che le ha abbandonate quando ne avevano otto. Ora che è morto si ritrovano entrambe lì, tra quelle pareti che lasciano filtrare ricordi e rancori, e che a tratti sembrano contenere un mondo ben più vasto. Per le sorelle quella vicinanza forzata si rivelerà una tortura con il sorriso sulle labbra, una resa dei conti dagli esiti davvero imprevedibili. Due ritratti di donne memorabili che trascineranno il lettore giù, sempre più giù, fino al buco nero in cui, forse, si trova la spiegazione di tutto. Un racconto intimo, estremo, comico e tragico, “L’importanza dei luoghi comuni” (Einaudi, pp. 152, 12,50 euro) di Marcello Fois, perché sempre attento alla vita. E per seguirla in tutti i suoi rivoli, alterna parti al presente, di pura azione, e parti al passato, che sono la nicchia che sa scavarsi il pensiero a modo suo. In quella nicchia una specie di coro greco umanissimo e infragilito commenta la storia, entra nella testa dei personaggi usando le parole di chi sa tutto e non sa niente: la voce traballa, è fallibile, emozionata, compromessa, e per questo tanto più capace di restituire la complessità delle vicende umane e la contraddittorietà degli individui. (Sip)

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