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Kosovo, l’Italia ha “piantato un fiore” per i bambini disabili

it@withub.it by it@withub.it
20 Febbraio 2014
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(20 feb) “L’Italia ha piantato un fiore in Kosovo e cerchiamo di tenerlo in vita ma spesso ci manca l’acqua per annaffiarlo”. Lei si chiama Fitore Haxihnasani, ed è la presidente del Centro per la vita indipendente, una associazione volontaria nata in Kosovo, nel comune di Vitomirica, dalle ceneri della guerra, e che si occupa di bambini afflitti da autismo, ritardi mentali, sindrome di down. Una struttura, soprattutto, che ha vissuto finora grazie all’intervento incrociato della cooperazione italiana in ogni sua forma: l’Esercito, l’associazionismo, gli enti locali, la Farnesina. La storia del Centro nasce e si intreccia con quella di Fitore e con la tragedia della guerra. “Nel 1999 sono stata deportata nel campo Dinamo di Tirana, che veniva gestito dalla Comunità di Capodarco, che tratta tutte le persone disabili e che ad Ancona ha una struttura di 7 piani. Finita la guerra, Capodarco ha iniziato a riportare le famiglie in Kosovo, in tutto circa 700 persone, e a ricostruire i tetti per chi aveva ritrovato la propria casa bruciata”. Da qui è nata l’idea di aprire un centro di accoglienza per portatori di handicap. “È stato difficile identificare i casi di handicap, perché era considerata una vergogna, le famiglie tenevano nascosti in casa i propri figli malati. Mancava la sensibilità e la conoscenza, spesso la polizia locale ci segnalava dei casi, noi andavamo a verificare e magari si trattava solo di anziani con la pressione alta”. Nel 2007 il cambio di sede obbligato, un problema che ha rischiato di essere irrisolvibile, ma non lo è stato ancora una volta grazie all’Italia. “Dal 2007 al 2010 abbiamo usufruito di una donazione del ministero degli Esteri italiano, proprio quando ci avevano chiesto di lasciare la vecchia sede nei locali di una scuola. In quella disgrazia ho avuto la fortuna di incontrare anche la K-For italiana: le ultime risorse che avevano a disposizione nel 2007 le hanno date a noi per costruire il nuovo centro, con il comune di Peja che ci ha dato il terreno”. Non solo: tramite la ong Tavolo Trentino per il Kosovo dal 2010 riceviamo il 30% dei finanziamenti dal Comune di Trento, con la clausola che i fondi vengano erogati solo se noi riusciamo a trovare autonomamente il restante 70%”. Obiettivo comunque non facile. “Con il vecchio sindaco avevamo ottenuto nell’ultimo periodo anche un finanziamento di 10 mila euro al mese, ma dalle elezioni di novembre non abbiamo più visto un euro perché la nuova amministrazione ha trovato in cassa solo debiti. Dobbiamo ringraziare la K-For Italia che quando può ci fa donazioni di generi alimentari, ma anche noi stessi verso fine mese ci portiamo la roba da casa…”. Resta, quello del Centro per la vita indipendente, un esempio unico in tutto il Kosovo, e probabilmente essenziale. “Abbiamo fatto corsi in Italia, Francesco Cucchi (responsabile della comunità di Capodarco, ndr) mi ha detto ‘quello che hai fatto tu in dieci anno io l’ho fatto in trenta’”. Eppure l’attenzione del Paese verso la disabilità non è cresciuta. “La costituzione e le leggi dicono tante cose sulla carta, ma a metterle in atto sono pochissimi. L’unico sostegno che lo Stato concede sono i 100 euro al mese alle famiglie dei ragazzi disabili fino ai 18 anni, che poi diventano 45. L’unica speranza è questo centro. Se chiudiamo che facciamo, rinchiudiamo di nuovo questi ragazzi a casa?”. (Sis)

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