Studi recenti rivelano che le tre parole più usate dagli italiani sono “cosa” “anno” e “uomo”. Amore è solo al 36esimo posto, preceduto anche da parole come lavoro guerra e strada, paese acqua e amico.
Povero amore. Surclassato da oggetti d’uso comune e da surrogati come l’amicizia, l’amore vive della luce riflessa che gli danno canzoni, poesie e pubblicità, ma in realtà è in profondissima crisi perché, come ci ha spiegato il sociologo Zygmunt Bauman, insieme agli altri sentimenti è sottoposto anch’esso al dissipamento rapido del consumo.
Il risultato è che, a cascata, sta entrando in crisi tutta la catena dell’indotto. All’amore liquido di cui parla Bauman – un amore che teme i legami troppo stretti – corrisponde il declino del matrimonio, che da tempo ormai non è più la porta d’ingresso ufficiale nell’età adulta. Le nuove architetture dello stare insieme, come le convivenze e le “coppie a distanza”, si stanno trasformando da periodo di prova prematrimoniale in alternative al matrimonio stesso. Il sociologo Vittorio Filippi ha studiato il fenomeno e prevede che queste tendenze, complice l’insicurezza prodotta dalla crisi, porteranno a un robusto incremento dei tassi di celibato e nubilato definitivo, soprattutto per le generazioni nate dopo gli anni Settanta. Anche se c’è da dire che la crescita delle rotture coniugali finisce con l’incrementare i secondi o terzi matrimoni, quasi una “poligamia successiva” che li quantifica in un 15% del totale, più frequenti nella soluzione “sposo divorziato con sposa nubile”.
Un ulteriore effetto non desiderato o forse sì è il crollo delle nascite, che nel 2013 sono state circa 500 mila, il livello più basso nella storia dell’Italia moderna. E poiché l’Istat ha dimostrato che le nascite diminuiscono quando aumenta il tasso di disoccupazione, qui più che di amore ci sarebbe bisogno di un pil che torna a crescere. (17 mar)