Negli ultimi due secoli il progresso tecnologico ha costantemente dimostrato la propria capacità di generare ricchezza diffusa e nuove opportunità di lavoro. Le innovazioni di prodotto e l’automazione di processi in precedenza svolti manualmente, pur potendo determinare nell’immediato un declino di posti di lavoro, hanno rapidamente creato occasioni di maggiore occupazione, in una sequenza virtuosa espressa da riduzione di costi e aumenti di produttività, crescita dei redditi, incremento della domanda di nuovi beni e servizi.
Oggi, invece, autorevoli studiosi, pur riconoscendone i grandi benefici per la società nel suo complesso nel più lungo periodo, sottolineano una proprietà distintiva delle innovazioni innescate dalla rivoluzione digitale: l’elevata velocità con cui le nuove tecnologie tendono a ridurre il ricorso al lavoro (non solo manuale) delle persone, con rilevanti ripercussioni, qualitative e quantitative, sull’occupazione.
Sempre più la crescita della produttività viene sostenuta dalla diffusione delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Essendo complementari alle funzioni manageriali e intellettuali ma sostitutive delle funzioni più di routine, codificabili in procedure standardizzate, queste tecnologie mutano radicalmente l’organizzazione dei processi produttivi, incidendo per ora assai meno sulle attività manuali non ripetitive, come quelle domestiche e di cura della persona. Ne è discesa una spinta a una “polarizzazione” delle professioni, dove le mansioni manuali e le professioni a più alta qualificazione crescono a scapito degli impieghi di livello intermedio.
Negli Stati Uniti, toccati per primi dalla rivoluzione tecnologica, si inizia ora a discutere di una possibile inversione di tendenza e dell’attenuazione di tale “polarizzazione”: al forte investimento iniziale in nuove tecnologie, che sarebbe durato fino alla fine dello scorso secolo, sarebbe seguita una fase in cui, divenute tali tecnologie ormai mature, si sarebbe andata affievolendo la necessità di competenze più elevate. Pur continuando a crescere ma non trovando una domanda corrispondente, l’offerta di lavoratori più istruiti si sarebbe indirizzata, scendendo lungo la scala occupazionale, verso gli impieghi di tradizionale appannaggio dei lavoratori con qualifiche intermedie; questi, a loro volta, tenderebbero a estromettere dal mercato del lavoro quelli a più bassa qualifica.
(*Intervento dell’11 marzo 2014 al convegno organizzato dall’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca)
