In attesa di ridurre gli sprechi pubblici, pratica virtuosa che ci attendiamo in genere dagli altri, andrebbe affrontato con più convinzione il tema degli sprechi privati, che sarebbero invece i nostri.
Gli ultimi studi stimano che in Europa lungo tutti gli anelli della catena agroalimentare si perdono o sperperano tra il 30 e il 50% degli alimenti sani e ancora commestibili, Le quantità alimentari che annualmente si sprecano nei 27 stati membri dell’Unione sono 89 milioni di tonnellate, ossia 179 chili per abitante.
Le responsabilità sono equamente distribuite. I consumatori comprano troppo, non sanno utilizzare i prodotti, non leggono la data di scadenza. Ma il 39% degli scarti è prodotto dall’industria alimentare, il 14% dai ristoranti, il 5% dai supermercati. E anche per quanto riguarda i rifiuti domestici, la logica commerciale del paghi 1 e prendi 2 è un’ottima premessa perché alla fine l’uno si consumi e il due si butti.
Nei mesi scorsi per la prima volta il ministero dell’ambiente ha varato un progetto di prevenzione degli sprechi. Expo 2015, dedicata all’alimentazione, sarà l’occasione per lanciare una grande campagna internazionale. Si è calcolato che in Italia in un anno si potrebbero recuperare 1 milione e 200 mila tonnellate di derrate che rimangono sui campi, oltre 2 milioni di tonnellate di cibo dall’industria agro-alimentare e più di 300 mila tonnellate dalla distribuzione. Ognuno, a casa propria, può dare una mano decisiva per raggiungere l’obiettivo, che è di dimezzare gli sprechi antro il 2025.
Sono sprechi osceni, se pensiamo che ogni giorno nel mondo 24 mila persone muoiono per denutrizione e che nella ricca Italia un milione di persone si sfama ogni giorno grazie alla Caritas, al banco alimentare, alle parrocchie e ad altre organizzazioni assistenziali. (24 mar)