Vent’anni fa si vendevano circa 6 milioni e 800 mila quotidiani, oggi le copie cartacee non superano i 4 milioni. L’industria dei quotidiani fatturava quasi 4 miliardi nel 2006, oggi ne fattura poco più di 2. Aveva quasi 14 mila addetti, oggi ne ha 10 mila. La pubblicità sulla stampa è scesa del 18% nel 2012 e del 22% nel 2013, il che significa che in due anni è crollata del 40%. Potremmo fermarci qui e attendere i dati più aggiornati e altrettanto sconfortanti del prossimo rapporto della Federazione italiana editori, atteso per il 16 aprile. Ma per dare un’idea più precisa del terremoto in corso, occorre aggiungere che nell’intera filiera della carta fatturato e consumi hanno raggiunto il punto più basso dal 2000 a oggi. Negli ultimi mesi hanno chiuso i battenti 15 dei 90 centri stampa italiani e la capacità produttiva delle rotative si è ridotta del 10%. Avevamo 43 mila edicole che adesso si sono ridotte a 30 mila. Per comperarne una in centro città servivano 4-500 mila euro, adesso si vendono a un quinto, quando si trova un compratore.
In questa situazione, c’è chi per fortuna si ingegna. Partendo dal presupposto che un numero crescente di italiani ha smesso o non ha mai cominciato ad acquistare i giornali perché le notizie si trovano gratuitamente su Internet, la Repubblica ha deciso che non aveva più senso pubblicare le stesse cose sull’edizione digitale e su quella cartacea. E da una settimana ha ridotto drasticamente, su quest’ultima, il peso del notiziario, dando invece ampio spazio alle inchieste, alle interviste e ai retroscena.
Le news dunque si leggono su Internet, ma per approfondirle serve la carta. Il risultato è che improvvisamente la prima pagina di Repubblica è diventata molto diversa da quella del Corriere della Sera. Per la prima volta si dimostra, in un prodotto non di nicchia ma con milioni di lettori, che il buon giornalismo può essere disancorato dagli obblighi della cosiddetta completezza. (01 apr)