Vittorino Andreoli, psichiatra dei casi estremi, appartiene a quella ristretta schiera di liberi pensatori che per formazione e anagrafe sono esentati dagli obblighi del politicamente corretto. E così, anche nel recente libro dedicato all’educazione (“L’educazione (im)possibile. Orientarsi in una società senza padri”, Rizzoli), si esercita in una delle sue attività preferite che è la demolizione dei luoghi comuni.
Sostiene ad esempio che è tempo di smetterla con le critiche ai politici. Se l’Italia ha politici immorali – scrive – è perché gli italiani sono immorali; se hanno eletto politici ladri è perché gli italiani sono ladri; se usano la politica per interessi personali è perché non hanno idea di cosa sia lo Stato.
Andreoli crede che se gli italiani si svegliassero dal sonno dogmatico del piccolo vantaggio, rinunciassero al gusto di evadere le tasse, all’eroismo di andare contro le leggi e finalmente, nei due giorni in cui impugnano l’arma della scheda elettorale, portassero a rappresentarli persone oneste, educate e capaci, il nostro sarebbe un Paese straordinario e non deriso da tutto il mondo come oggi accade.
Sistemata la retorica della Casta, Andreoli affronta una lunga serie di altri luoghi comuni, alcuni di nobile lignaggio come l’idea crociana che senza parola non ci sia pensiero. Balle, osserva lo psichiatra, qui di parole senza pensiero se ne dicono sin troppe, anzi in genere si parla per non dire niente o addirittura per nascondere ciò che non si è detto.
Andreoli vorrebbe che si curasse lo stress da parola con la terapia del silenzio, da praticare nelle scuole, nei luoghi pubblici, in televisione e anche in Chiesa, perché pare che alla preghiera rogatoria, in cui si chiede, e a quella acclamatoria, in cui lo si loda, il Signore preferisca la preghiera mentale, che non ha bisogno di parole. Questo dicono i teologi, e lo psichiatra – per quanto gli compete – pensa che abbiano ragione. (8 apr)