All’aeroporto romano dell’Urbe funzionava così: dovendo costruire una recinzione si truccava la gara d’appalto e si affidava il lavoro a un’impresa amica. Questa – gonfiando le fatture – incassava dall’Enac una somma esorbitante (nel caso in questione 890 mila euro) ma recintava l’aeroporto spendendo meno di un decimo, grazie al lavoro di una ditta subappaltatrice. La differenza, cioè 800 mila euro, finiva in tasca all’imprenditore amico e ai funzionari Enac corrotti. L’operazione veniva replicata a ogni occasione utile, sia che si trattasse di riparare una buca, sia che si dovesse asfaltare un piazzale. Risultato: dieci gare truccate, uscite per 12 milioni, danno erariale per 8.
Ora che la truffa è stata scoperta e che sono stati arrestati l’ex direttore dell’aeroporto di Ciampino e i suoi complici, ci si chiede in quale capitolo della spending review andrebbero classificate queste spese, diciamo così, superflue. Forse alla voce “acquisti efficienti e costi standard”? O a quella intitolata “Stretta sulle forniture e sui contratti”?
Perché bastano due conti per capire che se il modello aeroporto dell’Urbe si replica in mille altri luoghi e circostanze (come – stando alle cronache giudiziarie – verosimilmente avviene), noi adesso stiamo tagliando stipendi, pensioni, sanità, Cnel e fotocopie anche per garantire la provvista delle tangenti.
(9 apr)