Molti medici prescrivono esami e farmaci solo per mettersi al riparo da possibili cause giudiziarie. E’ la cosiddetta medicina difensiva, che ha forti ricadute sui costi della sanità: secondo stime dell’Università Bocconi circa 13 miliardi di euro, tra polizze di assicurazione professionale e abuso di Tac, radiografie, prescrizioni, tempi di ricovero e di diagnosi. D’altra parte se i medici si difendono è perché sono sotto attacco: in 10 anni le denunce sono aumentate del 66%. Nella quasi totalità dei casi riguardano medici in servizio presso ospedali pubblici, soprattutto anestesisti e chirurghi.
Molte denunce sono pretestuose, e non reggono al vaglio del giudizio penale quando vi approdano. Ma la frequenza e il rischio dei contenziosi è tale da aver indotto le compagnie d’assicurazione ad aumentare sensibilmente il costo delle polizze.
La commissione parlamentare di inchiesta sugli errori sanitari è giunta alla conclusione che la medicina difensiva oltre che costosa sia anche dannosa, perché sacrifica la salute del paziente sull’altare della sicurezza giudiziaria.
La spending review in sanità (dalla quale il ministro Lorenzin si attende un risparmio di 10 miliardi, ma senza tagli indiscriminati) potrebbe dunque partire da qui, da un intervento legislativo a costo zero che definisca i diritti del paziente e i doveri del medico e che – per dirla con l’Associazione dei chirurghi ospedalieri – finalmente spieghi “cosa distingue l’incisione del chirurgo dal taglio di una lama”.
(8 mag)