IL RINASCIMENTO DI SCENA A MILANO
L’arte del Rinascimento torna nelle sale di Palazzo Reale a Milano. La mostra “Bernardino Luini e i suoi figli”, promossa dal Comune, racconta – fino al 13 luglio – l’intero percorso dell’artista, dalle ricerche giovanili ai quadri della maturità, con un occhio costante, da un lato, al lavoro dei suoi contemporanei (Bramantino, Lorenzo Lotto, Andrea Solario, Giovanni Francesco Caroto, Cesare da Sesto e molti altri); dall’altro, alla traiettoria artistica dei figli di Luini, e in particolare del più piccolo Aurelio. Un intero secolo di arte lombarda va dunque in scena a Palazzo Reale, attraverso tele, tavole, disegni, affreschi staccati, arazzi, sculture in legno e in marmo, codici miniati, volumi a stampa. Il percorso espositivo presenta una selezione di duecento opere provenienti soprattutto dalle raccolte milanesi (dalla Madonna del roseto della Pinacoteca di Brera al Gesù Bambino dell’Ambrosiana, dal Sant’Antonio del Poldi Pezzoli al ciclo con i ritratti sforzeschi del Castello Sforzesco), ma integrate da significativi prestiti europei (per esempio dal Louvre e dallo Jacquemart-André di Parigi, dall’Albertina di Vienna, dal Szépművészeti Múzeum di Budapest) e americani (dai musei di Houston e di Washington). Il progetto, oltre ad essere la più grande retrospettiva mai dedicata a uno dei protagonisti dell’arte del Cinquecento in Lombardia, è anche una saga famigliare, quella di Bernardino e dei suoi figli appunto, che vivono in un contesto in cui l’attività artistica è un mestiere, con regole ben precise. “La mostra intende dare atto di questa concretezza dell’agire dell’artista, dentro le pratiche di bottega: un modo di procedere ben diverso dalle mitologie romantiche”, affermano i curatori. “La mostra di Luini è nata dentro la scuola e per la scuola – sottolineano i curatori -. Nel disegnare questo progetto, infatti, ci siamo mossi come insegnanti e non (solo) come studiosi, con l’intenzione di coinvolgere direttamente gli studenti nel momento di preparazione della manifestazione: hanno collaborato infatti sia studenti di diciotto anni che giovani studiosi che si sono formati con noi”. “Tratto questa mostra come se Bernardino Luini fosse un pittore contemporaneo – spiega l’architetto Piero Lissoni –. Ho usato la presenza di monoliti molto efficaci per allestire un’esposizione di circa 200 opere, le quali non toccano mai le pareti. Mi piace l’idea che i dipinti siano leggermente fuori contesto e che dialoghino con Palazzo Reale attraverso un intermediario, le grandi quinte appositamente create. Al contributo del mio studio si aggiungono le aziende che hanno deciso quest’anno di fare sistema con le sedi espositive milanesi per parlare a un pubblico internazionale. Milano è pronta a mostrare la sua leadership come città, al pari di Londra e di Parigi”. Il catalogo della mostra, seguendo il dispiegarsi dell’esposizione nelle sue dodici sezioni, illustra, con oltre 330 illustrazioni a colori e precise e puntuali schede, l’intero percorso di Bernardino Luini e dei suoi figli, dall’anno 1500 circa fino alla soglia del secolo successivo, dalla Francia alla Spagna: quasi cent’anni di vicende figurative attraverso il racconto di una famiglia di pittori. l volume di itinerari presenta schede accurate di trenta località lombarde, piemontesi e ticinesi in cui si trovano opere di Bernardino Luini e dei suoi figli, illustrate grazie a una campagna fotografica realizzata ad hoc da Mauro Magliani. I testi, realizzati da studenti, specializzandi e dottorandi dell’Università degli Studi di Milano sotto la guida di Giovanni Agosti, Jacopo Stoppa e Rossana Sacchi, hanno fatto emergere numerose novità storico-critiche. Nelle varie sezioni della mostra sarà possibile compiere una visita ‘virtuale’ nei luoghi che ospitano le opere inamovibili di Bernardino Luini, allo scopo di integrare il percorso dell’esposizione e offrire un quadro il più completo possibile del lavoro dell’artista, estendendo i confini della manifestazione ben al di là delle mura del Palazzo. (red)
LE SCULTURE DI ARTURO MARTINI
Lontano dalle inquietudini dei movimenti avanguardisti, Arturo Martini percorrerà una strada diversa, legata al recupero del passato; gli evidenti richiami all’antico si sposano però nelle sue sculture con una volontà di rinnovamento unica che avrà come esito una ricchezza espressiva di grande attualità. I rimandi ad un mondo arcaico appaiono così nella sua scultura, riletti sotto una luce nuova, lontani da un approccio accademico, arricchiti da una fantasia inventiva che produce esiti formali sempre nuovi. La mostra allestita alla Galleria dell’Incisione di Brescia, fino al 20 luglio, è costituita da opere realizzate in un arco temporale piuttosto ampio, e in particolare negli anni compresi tra il 1925 e il 1935, un decennio di straordinario fervore ideativo. Numerosi i soggetti religiosi, tra cui il bellissimo San Sebastiano, soggetto riproposto dall’artista in più occasioni e presente in mostra in due differenti versioni caratterizzate da un diverso trattamento di superficie. Da citare anche i preziosi Presepe piccolo e Annunciazione, dominati da un lirismo di grande suggestione, la Leggenda di San Giorgio, essenziale nella semplificazione della volumetria e del modellato, e ancora le due formelle in bronzo e terracotta Il perdono e Gesù abbeverato di fiele, infine i bronzi del San Giovannino e dell’Incontro di San Marco e San Giusto, due figure di estrema eleganza che si fronteggiano in un tenero sguardo. Straordinari anche i monumentali Leone e Leonessa da giardino, due grandi sculture sedili in gres, in cui elementi di chiara derivazione romanica sono riproposti in un’interpretazione di grande libertà espressiva, e Bagnante, formella in terracotta caratterizzata da un modellato di incredibile morbidezza, che si contrappone alla bronzea Aquila, potente e austera nel segno duro, ostinato. (red)
A NEW YOK OMAGGIO A FORTUNATO DEPERO
New York, 6 giu – Mentre al Guggenheim Museum di New York si celebra il Futurismo italiano con la grande mostra “Italian Futurism 1909-1944” allestita fino al primo settembre, il Center for Italian Modern Art, sempre nella Grande Mela, inaugura le sue attività, in un grande loft a Soho, con una mostra dedicata a un grande protagonista del Futurismo: Fortunato Depero. Fino al 30 giugno la fondazione, creata dalla studiosa d’arte e collezionista Laura Mattioli, presenta oltre 50 opere dell’artista trentino che peraltro visse a New York nel 1920. Le opere sono tutte tratte dalla collezione del padre della stessa Mattioli, Gianni Mattioli, dalla quale provengono anche alcune delle opere esposte al Guggenheim. (red)
LA “SICILIA MONDO” DI FERDINANDO SCIANNA
Ferdinando Scianna, il primo fotografo italiano a entrare nella prestigiosa agenzia Magnum Photos e vincitore del Premio Nadar, racconta nella mostra “Sicilia Mondo”, fino al 18 luglio alla galleria Emmeotto di Roma, nelle sale espositive della dimora storica di Palazzo Taverna, opere che rappresentano le tradizioni dell’isola, la sua bellezza quasi carnale, le sue contraddizioni che emergono con stupefacente intensità già nei suoi lavori degli anni ‘60. Scianna ritrae la Sicilia delle feste religiose profondamente radicate nella tradizione dell’isola, dove l’artista si ritrova sbalordito in mezzo a impressionanti pellegrinaggi, come quello per i santi Alfio, Cirino e Filadelfo al santuario di Tre Castagni o a Baucina, dove si celebra un’interminabile notturna processione, per la miracolosa Santa Fortunata. E in tanti altri paesi siciliani, tra riti splendidi e intensi. L’impronta di fotoreporter è sempre presente nell’arte di Scianna anche quando negli anni ‘80 per la prima volta, quasi inaspettatamente, si trova a essere fotografo di moda negli scatti che raffigurano Marpessa, modella e musa ispiratrice della prima campagna pubblicitaria di Dolce&Gabbana che porta la sua firma. Nasce una nuova e rivoluzionaria fotografia di moda: Scianna “mette” la modella nel contesto della vita. In mostra una metafora del suo mestiere di fotografo e di reporter che lo ha portato a viaggiare e a collezionare immagini. Un giro per il mondo, partito dalla sua Sicilia, fino ad arrivare alle grandi metropoli americane – New York e Los Angeles – e da lì raggiungere mete più lontane per scoprire i giochi dei bambini a Benares. E ancora altri luoghi immersi nella coltre di neve: la vicina Val Padana o la più lontana Osaka. (red)
LE VETRINE DI ANDY WARHOL
Fino al 20 luglio , il Palazzo delle Arti di Napoli (Pan) ospita la mostra “Andy Warhol. Vetrine”, curata da Achille Bonito Oliva. Il titolo nasce dall’esposizione al pianterreno di Palazzo Roccella di un nutrito gruppo di opere su carta tratto dalla serie Golden Shoes, realizzata da Warhol all’inizio della sua carriera nella Grande Mela quando, a metà degli anni ‘50, lavorava come grafico pubblicitario e vetrinista per i negozi di Madison Avenue. Analogamente, chiude la mostra la presentazione di serigrafie delle Campbell’s soup e dei Camoufflage, “scatole-scultura” e t-shirt realizzate dalla Andy Warhol Foundation for the Visual Arts in sintonia con la volontà dell’artista, che aveva inseguito il suo sogno di popolarità attraverso la moltiplicazione seriale delle proprie opere, in un’inedita competizione con le tecniche di produzione industriale e le regole della grande distribuzione. La rassegna raccoglie 180 opere e rivolge particolare attenzione al rapporto che legava Andy Warhol a Napoli, nato a metà degli anni ‘70 grazie all’amicizia con il gallerista Lucio Amelio. Il percorso espositivo si snoda, infatti, attraverso i ritratti dei personaggi noti della città, che l’artista ebbe modo di conoscere durante le sue visite in Italia, quali Graziella Lonardi Buontempo, Ernesto Esposito, Peppino di Bernardo e naturalmente Joseph Beuys, oltre alle vedute partenopee delle sue Napoliroid. Proprio all’amicizia con Lucio Amelio si deve la nascita del suo più noto e monumentale headline work, Fate presto, basato sulla prima pagina del Mattino del 23 novembre 1980, il cui strillo trasformava in notizia l’evento drammatico del terremoto d’Irpinia, che per la sua distruttiva violenza impressionò l’artista, tanto da ispiragli, qualche anno più tardi, una nuova serie di lavori, Vesuvius, in cui l’immagine del vulcano, uno dei temi classici dell’iconografia locale, viene replicata ossessivamente in colori diversi”. (red)