Non c’erano italiani tra gli 11 mila intervistati da Don Tapscott per il suo Net Generation, l’ormai sacro testo dedicato alla prima generazione di ragazzi cresciuti in un mondo digitale e connesso.
La lacuna è stata recentemente colmata, per Franco Angeli, da Federico Capeci, giovane studioso autore di “Generazione 2.0”, che partendo da una ricca mole di dati, frutto questa volta di 15.000 interviste, propone una lettura originale e molto italiana del rapporto tra i giovani e il web. Tra le tesi del libro c’è che i social network stiano assolvendo oggi alla funzione che negli anni 50 spettò alla Rai, il mezzo di comunicazione dei baby boomer che con le sue trasmissioni insegnò una nuova lingua agli italiani, fornendo modelli di comunicazione e di linguaggio a una nazione che era ancora largamente analfabeta. Ora – secondo l’autore – sono i social network a diffondere un nuovo modello di comunicazione, che probabilmente finirà per oltrepassare i confini virtuali.
L’audace accostamento sembra reggere alla verifica delle quantità di consumo: è vero che continuiamo a passare molto tempo davanti alla tv, ma è vero anche che solo in Italia, ogni giorno, la generazione 2.0 pubblica decine di milioni di aggiornamenti Facebook, invia milioni di tweet, dà il via a diverse centinaia di migliaia di nuove discussioni nei forum. E’ sconvolgente anche la quantità di contenuti che vengono caricati: testi, immagini, musica, video, autoprodotti o no, in quantità tali da mettere a rischio la tenuta della rete.
Prima i ragazzi venivano rimproverati perché stavano sempre davanti al televisore, oggi perché stanno sempre su Facebook, con la differenza che la fruizione di Facebook è molto più attiva.
Certo, non ci sono studi attendibili sui contenuti di tutto questo discutere: l’impressione è che si discuta molto di cose viste in tv. (12 giu)