Il governo guidato da Mario Monti ha consumato i primi 8 mesi per emanare i regolamenti di attuazione delle leggi varate dal governo Berlusconi. A Enrico Letta non è andata meglio e Matteo Renzi ha cominciato alla fine dello scorso febbraio con sulle spalle già il carico di oltre 470 regolamenti da emanare prima ancora di aver varato una sola legge scritta dal suo governo.
Il decreto Salva Italia prevedeva 84 regolamenti attuativi, il Cresci Italia 60, il Semplifica Italia, ironia dei nomi, 51, per non parlare dei 112 della spending review, degli 84 dello Sviluppo Italia e degli 83 della legge di stabilità.
Eoberto Mania e Marco Panara – che hanno tenuto questo conteggio nel loro libro “Nomenklatura” edito da Laterza – sostengono che il problema nasce dal fatto che le leggi non sono scritte per essere applicate ma, essenzialmente, per essere annunciate. In più spesso non sono scritte neanche bene, il che complica ulteriormente l’itinerario perverso per cui la legge rimanda al regolamento, il quale rimanda al decreto, il quale a sua volta rinvia agli allegati.
Tutto ciò ovviamente esalta il potere dei dipartimenti, dei gabinetti dei ministri, degli uffici legislativi, e di chiunque altro possa decidere quanti e quali regolamenti applicativi ci vogliono per rendere operativa una legge; sulla quale poi si dovranno pronunciare i tecnici della Ragioneria generale, il consiglio di stato, la conferenza stato-regioni, la corte dei conti e altri controllori e frenatori che insieme costituiscono quella nomenklatura che secondo Mania e Panara comanda davvero in Italia.
Alcune soluzioni ci sarebbero, come per esempio l’introduzione di quelle leggi autoapplicative – che non hanno cioè bisogno di altri atti per entrare in vigore – che Enrico Letta aveva annunciato nel suo ultimo intervento da primo ministro e di cui non si ha più notizia.
(19 giu)
