Siamo in buona, anzi ottima compagnia perché anche Romano Prodi non ha ancora ben capito se in Italia la crisi sia finita, se sia vicina alla fine o se durerà ancora a lungo. I dati sono contraddittori.
Prodi, che interviene sul Messaggero, esorta comunque a non restare con le mani in mano e dà il buon esempio formulando otto proposte per il rilancio dell’industria italiana.
La prima riguarda il credito. Qui Prodi ricorda una verità scomoda e cioè che in Italia l’85% delle imprese si finanzia con le banche, mentre questa percentuale è nettamente inferiore nei maggiori Paesi concorrenti. Significa che occorre trovare fonti alternative di capitale, che possono essere i fondi specializzati, la Borsa o il portafoglio degli azionisti. Perché non è utile all’Italia avere imprese povere e padroni ricchi.
La seconda proposta riguarda gli incentivi alle fusioni e aggregazioni, perché le imprese italiane sono troppo piccole per competere nei nuovi mercati globali.
Come terzo obiettivo una buona politica industriale deve prevedere una legislazione volta a facilitare, come in Germania, la nascita di fondazioni che, mantenendo il ruolo proprietario della famiglia, garantiscano la continuità dello sviluppo dell’azienda anche nei momenti di passaggi generazionali.
La quarta proposta è di non espellere per sempre dal circuito imprenditoriale chi è fallito in buona fede e nel rispetto delle leggi.
Prodi propone poi una politica di attrazione delle multinazionali: non serve che il lavoro costi meno, ma che la sua prestazione sia più flessibile, cooperativa e logica. La sesta idea riguarda la politica industriale europea, dove dovremmo fare meglio i nostri interessi. Il settimo e l’ottavo punto sono dedicati alla politica energetica e alla formazione, con un appassionato invito a ridare centralità all’educazione tecnica. In ogni provincia italiana la maggioranza degli imprenditori – osserva Prodi – è uscita dall’istituto tecnico, che oggi è considerato invece una seconda scelta. Un errore grave.
(24 giu)
