Oggi, nel nostro universo 2.0 che ha abbattuto le frontiere e quasi azzerato le distanze, la migrazione è una nuova dimensione dello stare al mondo. Si trova a fare i conti con la nostalgia di casa un numero impressionante di persone: 232 milioni soltanto nel 2013, secondo le stime dell’Onu, come se tutti gli abitanti della Germania e della Russia si fossero spostati nell’arco di dodici mesi disperdendosi nel resto del pianeta.
E questa cifra non contiene le migrazioni interne ai grandi paesi, che hanno effetti non meno traumatici, come potrebbero raccontare le decine di milioni di contadini cinesi che ogni anno si sradicano dalle campagne per raggiungere Pechino e altre grandi città.
E’ un nomadismo globale che accomuna persone che si muovono nel mondo per motivi e con desideri diversi, in una gamma che va dalla piena libertà alla disperazione. Ci sono migranti in cerca di una vita migliore, giovani che studiano in altri paesi con i programmi Erasmus o per seguire i tanti master con i quali sperano di trovare lavoro, dipendenti che vengono dislocati lontano, cervelli in fuga, uomini e donne, spesso con i loro bambini, che scappano dalla guerra e dallo sterminio.
E’ stato così calcolato che un miliardo di persone vive in questo momento in un luogo diverso dalla propria casa con il suo carico di ricordi e di nostalgie.
E se è vero, come scrive l’economista Amàrtya Sen, che “la principale speranza di armonia, nel nostro tormentato mondo, risiede nella pluralità delle nostre identità che si intrecciano l’una con l’altra”, la strada per raggiungere questa armonia è ancora tutta da percorrere. (7 lug)