Linguista di fama internazionale, insegnante amatissimo da generazioni di studenti, Tullio De Mauro pensa che le parole siano un termometro di ciò che accade nella società. Quindi dovrebbe fargli piacere la notizia che nella classifica 2013 delle 10 parole più cercate su Yahoo – accanto a “meteo” “ oroscopo” e “superenalotto” – hanno fatto il loro ingresso le parole “traduttore” e “dizionario di italiano”. Forse è un timido segnale di ripresa. De Mauro osserva che nei 2 mila vocaboli di massima frequenza che sono il cuore della lingua, sono entrate di forza un sacco di male parole. Tempo fa Antonio Gnoli gli ha chiesto che differenza c’è tra dire “rabbioso” o “incazzato” e De Mauro ha risposto che le due parole sono sinonimi stretti, ma il fatto che si sia più inclini a usare la seconda esprime un certo cambio di stile di pensiero e di costume. E’ l’Italia bassa e privata che sta prendendo il sopravvento. L’Italia bassa non è quella del dialetto, di cui anzi De Mauro ha la massima considerazione. Recentemente insieme ad Andrea Camilleri ha scritto un libro (“La lingua batte dove il dente duole”, Laterza) in cui spiega perché quando il discorso si fa serio, si usa il dialetto. No, il problema è semmai la diseducazione di massa per cui oggi una maggioranza di italiani ha ancora difficoltà a leggere, scrivere e far di conto. D’altra parte negli altri paesi i problemi della scuola e della formazione sono gestiti in prima persona dai capi di Stato e dai presidenti del Consiglio: da Obama, da Cameron, da Angela Mekel, da Sarkozy e poi da Hollande. In Italia è dai tempi di Giolitti che un primo ministro non si occupa direttamente della scuola.
De Mauro giudica sciagurato il taglio dei fondi all’istruzione, anche perché tutti gli studi economici concordano sul fatto che quando cresce l’indice di scolarità, crescono i redditi. E l’indice di scolarità più alto è quello di Paesi come la Finlandia, la Corea del Sud e il Giappone che hanno scelto la via del “nessuno resti indietro”, sistemi che si sforzano di portare tutti al termine dei cicli di studio.
Questo pensa il professor De Mauro, che tutte le settimane possiamo leggere sulla rivista Internazionale e che possiamo riconoscere facilmente anche per strada, perché è uno dei pochi italiani che non possiede un telefono cellulare.
(21 lug)