(30 lug) Se gli Stati Membri dell’Unione Europea continueranno ad attuare politiche di austerity, nel prossimo decennio potrebbero esserci tra 15 e 25 milioni di nuovi poveri, facendo salire il numero degli indigenti a 146 milioni di persone, ovvero più del 25% della popolazione europea. Arriva a queste conclusioni il rapporto sui costi dell’austerità realizzato recentemente da Oxfam, un grande network internazionale di organizzazioni impegnate a contrastare la povertà e l’ingiustizia.
Quanto sta accadendo in Europa oggi è simile a quanto avvenuto con le politiche di aggiustamento strutturale imposte all’America Latina, al Sud-Est Asiatico e all’Africa Sub-Sahariana negli anni ’80 e ’90. In questi casi, il Fondo Monetario e la Banca Mondiale hanno concesso il loro aiuto dopo aver ottenuto l’adozione di una serie di politiche: tagli alla spesa pubblica, nazionalizzazione del debito privato, riduzione degli stipendi e un modello di gestione del debito in cui i rimborsi ai creditori delle banche commerciali avevano la precedenza rispetto alle spese per assicurare la ripresa sociale ed economica. L’adozione di queste politiche fu una cura che in molti casi finì con l’uccidere il paziente.
Secondo Vincenzo Visco non sono questi tempi adatti per una prudente attesa di un cambiamento di indirizzo che dovrebbe prodursi gradualmente da solo, né per esercizi di perbenismo europeista: l’unico vero interesse dell’Europa è oggi quello di cambiare verso e di invertire la rotta al più presto possibile. “Il conflitto – scrive oggi l’ex ministro delle Finanze sul sito ilcampodelleidee.it – è tra liberisti e keynesiani, tra conservatori e socialisti, tra chi ritiene che salassi successivi imposti a un paziente debilitato siano tonificanti e chi teme invece che possano portare al collasso, tra chi è convinto che i debiti e i disavanzi pubblici crescenti vadano ridotti con politiche di rigore, chi sa ed è in grado di dimostrare che essi sono l’effetto e non la causa della crisi economica”. Conclusione: all’Europa non va chiesta “flessibilità”, ma una diversa politica economica.