Lampedusa è stata la terra di missione che papa Francesco aveva scelto, poco più di un anno fa, per il suo primo viaggio apostolico. Lì – dopo aver ricordato le migliaia di migranti morti in mare – Bergoglio aveva lanciato il suo appello contro quella che aveva definito “la globalizzazione dell’indifferenza”.
Quel giorno – era l’8 luglio 2013 – ad ascoltare il Papa c’erano anche una signora calabrese, Regina Catambrone, e suo marito Christopher, che a Malta fanno gli imprenditori nel settore delle assicurazioni. La sera stessa i Catambrone, una coppia benestante e religiosa, decisero di accogliere l’appello del Papa facendo qualcosa di concreto. Per i preparativi c’è voluto un anno e finalmente dallo scorso agosto la cosa concreta è visibile nelle acque del canale di Sicilia. Si chiama Phoenix 1, è un’imbarcazione di 40 metri con 16 uomini di equipaggio e una dotazione di due droni che servono ad avvistare i naufraghi.
Phoenix è la prima nave privata messa in mare allo scopo di soccorrere i migranti, e in questo primo mese di attività ne ha salvati oltre 1500, perlopiù siriani, palestinesi ed eritrei in fuga dalla guerra e dalle persecuzioni.
Le persone tratte in salvo vengono curate e assistite prima di essere affidate alle autorità italiane impegnate nel Mediterraneo col programma Mare Nostrum, una delle più straordinarie operazioni umanitarie dalla nostra epoca, come ha scritto nei giorni scorsi il Washington Post.
Per acquistare e attrezzare la loro nave, e per pagare l’equipaggio, i Catambrone hanno stanziato alcune centinaia di migliaia di euro, che tra un po’ saranno finiti. Per rendere il progetto sostenibile nel lungo periodo è nata dunque una fondazione, che si chiama Moas, e che su internet – all’indirizzo moas.eu – raccoglie eventuali donazioni. Alla signora Catambrone hanno chiesto perché lo fa e lei ha risposto semplicemente che siamo tutti cittadini del mondo e che nessuno di noi merita di morire in mare. (15 set)
