Ieri, sul Corriere della Sera, Angelo Panebianco si chiedeva perché il Parlamento stia trattando con così scarso rispetto la Corte Costituzionale di cui si ostina a non eleggere i nuovi giudici. E rispondeva che la colpa, a ben guardare, è della stessa Corte, che non sarebbe riuscita a conquistarsi con la sua attività sufficiente prestigio. La tesi del professor Panebianco è che le razzie lottizzatrici dei partiti hanno successo perché i cittadini non battono ciglio, non riconoscendo nella Corte una difesa contro le frequenti angherie dell’amministrazione o gli abusi della politica.
Uguale dignità, e forse qualche argomento in più, possiede però la tesi opposta a quella del professore. E cioè che proprio il ruolo cruciale e in alcuni momenti decisivo svolto in questi anni dalla Consulta come ultimo presidio di legalità, spiega il lungo braccio di ferro per eleggere i membri di spettanza parlamentare.
Senza le sentenze della Corte, avremmo ancora il lodo Alfano, che sospendeva i processi a carico delle più alte cariche dello Stato, avremmo il duopolio televisivo, avremmo la legge elettorale detta significativamente Porcellum.
C’è voluta la Corte per ristabilire il principio che i diritti fondamentali della persona non sono subordinati al permesso del soggiorno, che a parità di reddito si deve applicare un eguale prelievo tributario, che l’equiparazione fra droghe «pesanti» e «leggere» non può stare in un decreto legge sulle olimpiadi invernali, che il divieto di fecondazione eterologa è incompatibile con la Costituzione.
Sono migliaia le decisioni assunte dalla Consulta, 326 solo l’anno scorso: ciascuna di esse difende un principio costituzionale e rafforza lo stato di diritto. E se il parlamento impiega qualche giorno in più per individuare e votare i nuovi giudici, forse fa bene.
(16 set)