Ieri Renzi accompagnato da mezzo governo ha incontrato a Palazzo Chigi le multinazionali del settore farmaceutico. Con Glaxo, Novartis, Bayer e le altre si è cercato di capire cosa la politica può fare per un settore che in Italia occupa 63 mila persone che diventano il doppio considerando anche l’indotto. Il fatturato è di 28 miliardi di euro, il 70% dei quali dovuti all’export.
La farmaceutica è il terzo asset italiano dopo moda e cibo, e tra le sue caratteristiche c’è che investimenti, stipendi e tasse superano il ricavo derivante dalla spesa pubblica per medicinali.
A Renzi le multinazionali del farmaco hanno chiesto 4 cose: che si riduca la burocrazia per le nuove iniziative di ricerca e produzione; che si chiarisca se l’interlocutore delle aziende sono le Regioni o lo Stato; che la nascita di nuove imprese sia incentivata dal fisco; che l’Italia si dia da fare perché l’Europa adotti politiche omogenee.
In cambio le industrie farmaceutiche si dicono pronte a ricreare almeno una parte dei 13 mila posti andati perduti negli anni della crisi. Qualcosa si è già cominciato a fare, con 1600 assunzioni di giovani sotto i 30 anni negli ultimi 5 mesi. Si tratta perlopiù di laureati, perché l’industria farmaceutica in Italia è la prima per investimenti in Ricerca e Sviluppo, con un’intensità che supera di oltre 5 volte la media dell’industria manifatturiera.
I suoi standard sono d’altra parte in linea con l’eccellenza del sistema sanitario italiano, che nella classifica annuale stilata da Bloomberg è risultato terzo al mondo per efficienza, superato solo da Singapore e Hong Kong. Essendo una buona notizia, naturalmente non se ne è parlato. (7 ott)