Cominciamo col dire che non si sa quanti sono, e questo già la dice lunga sul potere contrattuale dei lavoratori autonomi professionisti, cioè di quei ricercatori, informatici, formatori, consulenti che costituiscono il cosiddetto terziario avanzato.
Secondo l’Inps i freelance sono 1 milione, secondo il ministero dell’economia 1 milione e 300 mila, secondo il Cnel 1 milione e mezzo. Quel che è certo è che non si sentono rappresentati dal piano per il lavoro che Renzi sottopone oggi al voto del Senato.
La loro associazione Acta ha scritto una lettera aperta al presidente del consiglio per ricordargli che i lavoratori indipendenti non dispongono di cassa integrazione o altri ammortizzatori quando restano disoccupati; non hanno avuto gli 80 euro di aumento concessi dallo Stato ai lavoratori dipendenti; non hanno tutela in caso di malattia grave; non possono aspirare a un salario minimo e anzi è loro vietato di definirle, delle tariffe minime.
L’associazione dei “lavoratori autonomi di seconda generazione” – così si definisce Acta nel Manifesto programmatico – è stata sentita dalla commissione lavoro del senato per discutere del jobs act, ma pare sia stata un’esperienza da dimenticare.
Per quanto uno possa provare a spiegare che i freelance hanno redditi medi molto bassi, difficilmente sostenibili, e che le politiche del lavoro devono tenere conto di questa realtà (senza ragionare sul vecchio stereotipo dell’autonomo evasore, ricco e individualista), per quanto uno spieghi che pur aumentando all’infinito l’aliquota dei contributi previdenziali della gestione separata, la pensione finale non sarà mai dignitosa, per come li vedono il governo e in generale il Parlamento, i professionisti autonomi – conclude la loro associazione – non fanno parte del mondo del lavoro.
E invece sono la fotografia del lavoro che cambia, perché sono tanti, differenti, autonomi, flessibili, inquadrati in molti modi diversi. E si aspettano che prima o poi la sala verde di Palazzo Chigi si apra anche per loro. (8 ott)