Roma, 10 ago – “Un recente studio sull’immigrazione in Italia, commissionato dal ministero degli Interni italiano, dal quale è emerso un limitato interesse per la cittadinanza italiana da parte degli immigrati, ha sollevato grande scalpore nell’opinione pubblica italiana che vi ha individuato una loro mancanza di volontà di integrarsi in Italia. Confesso che il sottoscritto non vi trova, invece, niente di strano né di preoccupante”. E’ quanto dichiara Dino Nardi, membro del Comitato di presidenza del Consiglio generale degli italiani all’estero. “Infatti – prosegue Nardi – come emigrato in Svizzera (da decenni qui residente e di seconda generazione, in possesso della sola cittadinanza italiana e tuttavia certamente integrato in questo Paese), ma anche per la mia personale esperienza professionale di operatore sociale del patronato Ital-Uil e, soprattutto, di membro del Cgie, ritengo che l’interesse degli immigrati in Italia per la cittadinanza italiana sia del tutto simile a quello che, da sempre, hanno avuto i nostri emigrati per la cittadinanza del Paese di accoglienza. Cioè uno scarso interesse a naturalizzarsi se non per motivi strumentali spesso connessi, per esempio, a qualche migliore opportunità di lavoro, oppure al timore di essere cacciati dal Paese nei momenti di bassa congiuntura economica o in concomitanza di qualche iniziativa xenofoba locale. Un fenomeno, quest’ultimo, abbastanza ricorrente in Svizzera negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Ovviamente l’interesse per la cittadinanza del Paese di emigrazione aumenta, invece, ed in modo esponenziale, per le generazioni successive. Nel caso delle comunità italiane all’estero ciò è avvenuto, in particolare, dopo l’entrata in vigore della legge n. 91 del 1992 che ha concesso la possibilità della doppia cittadinanza (chi acquista la cittadinanza di uno Stato diverso dall’Italia non perde quella italiana se non vi rinuncia espressamente, a meno che la legge dello Stato straniero non preveda l’automatica perdita della cittadinanza italiana) ed il recupero di quella italiana per coloro che nel passato l’avevano perduta (una norma la cui validità venne peraltro limitata temporalmente e della quale lo stesso Cgie ne chiede da tempo il ripristino)”.
“Tuttavia – aggiunge Nardi – ancora oggi, per restare nella Confederazione Elvetica, su una comunità italiana di oltre mezzo milione di persone vi sono circa 300.000 italiani privi della cittadinanza elvetica nonostante che il flusso migratorio italiano, anche verso la Svizzera, si sia interrotto da più di trenta anni e che quindi si tratti di emigrati residenti nella Confederazione da lungo tempo. Pertanto solo poco più di 200.000 persone sono in possesso della doppia cittadinanza, italiana e svizzera, e si tratta essenzialmente di seconde e terze generazioni. Il rifiuto alla cittadinanza del Paese ospitante è dovuta al fatto che gli emigrati, conservando anche per decenni il sogno del rimpatrio, ritengono inutile chiedere la cittadinanza del Paese dove pur vivono da lungo tempo e dove, magari inconsapevolmente, resteranno con ogni probabilità sino alla fine dei loro giorni, avendovi ormai tutti i loro familiari che mai li seguirebbero in Italia. Ma si tratta, ovviamente, di una comunità che, in genere, è comunque integrata in questo Paese indipendentemente dall’averne la cittadinanza il cui possesso consentirebbe unicamente il diritto di voto, altrimenti concesso localmente solo in alcuni comuni e cantoni. Pertanto, come si vede, l’approccio degli immigrati in Italia nei confronti della cittadinanza italiana è perfettamente in linea con quello degli stessi emigrati italiani ed è un vero peccato che in Italia, sia da parte dello Stato che della stessa popolazione, quando si affronta l’argomento ‘immigrazione’, in questo ed altri casi, non si tenga quasi mai in considerazione la nostra lunga esperienza emigratoria, che ha coinvolto quasi tutte le famiglie italiane, ed il fatto che, ancora oggi, vi siano nel mondo ben oltre quattro milioni di cittadini italiani”.