Lo ricorda lui stesso, prendendo la parola davanti a una platea inedita per il Senato: “Questo di fatto è il mio primo discorso da ministro degli Esteri”, in carica da così pochi giorni che anche in sede di replica ammette: “Sono qui da troppo poco tempo per poter dare risposte su tutto”. L’ingresso ‘in società’ di Paolo Gentiloni avviene a Palazzo Madama, ma non di fronte al Parlamento italiano, bensì a un pubblico allargato, europeo. L’occasione è la Conferenza Interparlamentare per la Politica Estera e di Sicurezza Comune e la Politica di Sicurezza e Difesa Comune, in occasione della quale il nuovo titolare della Farnesina si affranca dall’orizzonte italiano per rilanciare la necessità di un politica estera comune. “Mai come oggi viviamo contemporaneamente una fase di massimo di difficoltà e di massimo bisogno di Europa, che deve fare ogni sforzo per cambiare – dice Gentiloni – L’Europa attraversa una congiuntura difficile che investe l’intera economia della regione e attraversa una crisi di legittimità. Eppure questa Europa è ancora un polo di attrazione di cui c’è assolutamente bisogno, soprattutto per le donne, i bambini e i migranti che cercano risposte da noi. L’Europa è una storia di successo, che attrae soprattutto in quelli che sono i nostri confini”. A preoccupare il neoministro Gentiloni sono i vari fronti di conflitto, fisico o latente, aperti in prossimità dei confini dell’Unione Europea, a partire dal caso Ucraina: “C’è il rischio che un paese come l’Ucraina da stato cuscinetto diventi un teatro di continua tensione o di conflitto congelato in seno all’Europa. La posizione dell’Italia è quella del rispetto per l’integrità territoriale e la sovranità dello Stato, per questo non abbiamo riconosciuto le elezioni del Dombass, ma c’è volontà di tenere aperti tutti i canali di dialogo con un partner fondamentale come la Russia”. E poi c’è “la minaccia” legata ai tumulti del mondo arabo che “non riguarda solo le nostre coste ma tutti noi. Quella assolutamente inedita del califfato, per esempio, è una minaccia che richiede un impegno comune e anche complesso, militare e culturale. E’ passato il tempo di delegare ad altri la nostra sicurezza, è necessaria una politica estera e di difesa unitaria”. Una questione che investe anche i delicati equilibri della situazione libica: “Il Mediterraneo vive la più profonda trasformazione globale, che deve poter contare su di noi, su un dialogo rafforzato. A parte grandi speranze, questo movimento produce crisi acute. In Libia, con la scelta di tenere aperta la rappresentanza diplomatica, l’Italia intende sostenere lo sforzo per evitare l’acuirsi dei conflitti e lo scivolamento verso la guerra civile. Il rischio è molto grande, la notizia di oggi per cui la Corte Suprema avrebbe addirittura annullato le elezioni di qualche mese fa rischia di aggravare la situazione”. Ma c’è spazio anche per la questione israelo-palestinese: “La crisi violenta tra Israele e popolo palestinese è forse la ferita più antica. Sappiamo che solo in un modo, con la formula dei due stati e due popoli, si può risolvere, ma non siamo ancora riusciti a trovare il modo di mettere in pratica l’unica soluzione possibile”. (Sis – 6 nov)